KHEMMIS – Khemmis

Pubblicato il 11/06/2026 da
voto
7.5
  • Band: KHEMMIS
  • Durata: 00:42:00
  • Disponibile dal: 12/06/2026
  • Etichetta:
  • Nuclear Blast

Cominciamo così: “Khemmis” è un bel disco – ad avercene, di lavori così.
Tolta questa premessa, la verità è che ci sono band da cui ci si aspetta un po’ di più di un ‘bel’ disco, e questo è il caso: dopo cinque anni dall’ultimo full-length – quel “Deceiver” che pure ci aveva un po’ raffreddato gli animi per il suo essere un album (forse come questo) davvero molto bello ma che non toccava le vette emozionali dei suoi predecessori – ci aspettavamo un pochino di più. E forse è proprio “Deceiver” il punto di partenza per descrivere questa nuova opera: esso segnava una svolta all’interno del suono della band, sino ad allora molto più epic doom in senso stretto, con una venatura leggermente malinconica che esaltava la potenza di fondo del gruppo.

“Khemmis”, quinta opera del combo americano, alfiere di un gagliardo epic doom metal (più metal nel senso di heavy, che doom, a dire il vero, sebbene la parte epica resti bella evidente) è un album pieno di momenti formalmente ineccepibili: a partire dall’apertura ad opera dell’edita “Invocation Of The Dreamer”, un brano godibilissimo ma nella media, sorretto da un’introduzione che più veloce non si poteva, capiamo che la strada intrapresa da “Deceiver” è quella per cui la band ha deciso di optare rispetto agli esordi più incisivi e assieme trasognati di album meravigliosi come “Hunted” o “Desolation”, dove la vena heavy metal era sicuramente più bilanciata con quella doomy.
Non mancano comunque dei sani rallentamenti, conditi con aperture melodiche epiche (di quelle da alzare la spada al cielo per andare a tagliare la testa ai nostri nemici) molto enfatizzate e di grande qualità, così come non mancano i passaggi alla Iron Maiden con chitarre gemelle, come in “Grief’s Reverie” ma qui e lì in un po’ tutto il disco; anche in questo lavoro, tra l’altro, si torna ad avere un po’ di growl nel cantato, e questo ben bilancia la voce pulita e ottantiana di un Phil Pendergast sempre sugli scudi.
Il disco ha le sue perle: “Beneath The Scythe” è un brano della madonna, con un’introduzione aspra e galoppante ad ergersi su di un brano sostenuto da un ritornello rallentato e passionale, così come la malinconica “Tomb Of Roses”, aperta da un’acustica mesta, sfocia in un crescendo metallico che va ad inerpicarsi in un brano heavy doom, capace di ricordare da vicino i Candlemass; inflessioni dei Judas Priest permeano invece il lato più heavy nel corso dell’album, con delle sortite esaltanti e fieramente metallare: “Gilded Chambers” può esserne un esempio, ma non passano troppi minuti prima che una nuova schitarrata faccia la propria comparsa da dietro l’angolo.
Questi ottimi episodi convivono però con brani certo non brutti, ma molto di più nella norma, come “Grief’s Reverie”, che fa il suo scivolando però via con forse un po’ troppa facilità, o “Corpsebloom Garden” o, ancora, “Carrion King”, altro pezzo con partenza veloce ma con un ritornello non così entusiasmante a livello di melodia, seppure l’utilizzo del growl per portare l’ascoltatore a spasso tra ottimi intrecci di chitarra e rallentamenti non fa certo sfigurare il risultato complessivo.

Manca forse ‘la’ canzone lunga, epica, da battaglia, che invece aveva fatto capolino nei dischi precedenti, spesso a fine lavoro, alzandone di molto il livello qualitativo. La chiusura qui è affidata invece ai cinque minuti abbondanti di “Benediction Tones”, sicuramente dignitosi, musicalmente avvincenti grazie anche al miglior passaggio di tutto il disco, ma avremmo voluto sognare un po’ di più, girovagando fra le note e la costruzione di brani lunghi e silvani come era successo con una “From Ruin”, picco del disco “Desolation” ad esempio, con una scrittura che vagava perdendosi per tutti i suoi nove minuti e mezzo di poesia metallica, ora rocciosa, ora nostalgica.
La terza prova targata Nuclear Blast ci lascia quindi nuovamente vagamente interdetti: l’impressione è che la band abbia accantonato momentaneamente il proprio tocco magico, stabilizzandosi su questa tipologia di standard (comunque di buon livello), con buona pace di chi sognava digressioni epic doom un po’ più marcate.

TRACKLIST

  1. Invocation of the Dreamer
  2. Corpsebloom Garden
  3. Grief's Reverie
  4. Beneath the Scythe
  5. Gilded Chambers
  6. Tomb of Roses
  7. Carrion King
  8. Benediction Tones
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