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- Band: KHOLD
- Durata:
- Disponibile dal: //2001
In genere quando si parla di black metal, specie negli ultimi anni, non è facile trovare un denominatore comune al di fuori dell’inequivocabile appartenenza ad un genere estremo. Mediamente si tende ad associare le bands di questa scena con i soliti canoni più o meno ridondanti come i tempi ultra tirati, il face painting, sonorità sporche e graffianti, ma esistono tante di quelle sfumature diverse che quello di catalogare influenze, matrici e derivazioni, risulta essere un lavoro fin troppo arduo e alla fine l’unica certezza sembra essere rappresentata dalle radici, che per i Khold rappresentano molto più che una semplice fonte di ispirazione. Ascoltando “Masterpiss Of Pain” emergono chiare reminiscenze di uno stile ormai quasi dimenticato, un marchio di fabbrica che ha reso celebri capisaldi del black metal come Bathory e Darkthrone, sembra quasi che un paradosso temporale abbia catapultato la band di Oslo dai primi anni ’90 ai nostri giorni. Questo è il primo album del combo Norvegese, sembra infatti che in precedenze avessero all’attivo soltanto una demo che però, a quanto pare, è servita a portarli direttamente al contratto con la Moonfog. Ma sarebbe estremamente riduttivo parlare dei Khold come di una band black metal dal sapore un po’ retrò, soprattutto perché, per quanto old-style, il sound della band risulta essere comunque particolarmente originale e articolato, merito anche dell’accordatura adottata, molto bassa e decisamente insolita in questo tipo di sonorità, e una nota particolare va anche all’uso che è stato fatto del basso, che per lo stile dei Khold ha una valenza decisiva, il solo strumento infatti costituisce più del 50% del corpo ritmico delle dieci canzoni presentate i cui testi sono stati scritti in un dialetto norvegese del diciottesimo secolo. Non ci sono tempi particolarmente veloci su questo disco, niente bombardamenti di cassa-rullante tanto cari al black metal moderno, solo un’elegante alternanza di ritmiche cadenzate, tempi medi e poche ma ben dosate accelerazioni. Il tutto crea un’atmosfera sulfurea e malvagia che finisce con l’avvolgere l’ascoltatore fin dalla prima traccia, “Nattpyre”, pesante e massiccia come un carro da battaglia. Segue “Den Store Allianse”, molto più marcata, come una marcia militare, dove la voce di Gard, che ho avuto modo di intervistare poco tempo fa, ha un ruolo magico nell’alchimia del songwriting, generando un groove particolare, sicuramente inaspettato. Di sicuro non hanno inventato nulla questi Khold, ma sono certo che in futuro si sentirà spesso parlare di loro.
