5.0
- Band: KILLIN' KIND
- Durata: 00:53:48
- Disponibile dal: 30/11/2016
- Etichetta:
- Underground Symphony
- Distributore: Audioglobe
Spotify:
Apple Music:
Va bene essere polifonici, va benissimo avere addirittura tre vocalist all’interno della band, ma talvolta il troppo… stroppia. Ed è questo il caso del quartetto dei Killin’ Kind, melodic power band piemontese attiva dal 1996, che dopo il debut “Metal Rage” del 2008 ritorna sul mercato metallico con il nuovo “Dying Earth”. Cosa dire? Come anticipato in apertura i ragazzi ci sanno fare, suonano bene, ma portare in ognuno dei dieci brani presenti nell’album l’elenco completo degli stilemi tipici del power metal può creare parecchia confusione, e soprattutto poca linearità nella melodia di base del singolo pezzo. Ne dà perfetta testimonianza l’opener “The New Killing Breed”, nella quale, dopo una breve intro dai toni epocali (o apocalittici, visto i temi trattati nell’album), i ritmi partono subito spediti, salvo prima stopparsi a metà brano con lo spazio dedicato agli assoli (e ci può stare), per poi fermarsi del tutto dando il via ad un arpeggio memore dei Blind Guardian e chiudendo quindi il tutto riproponendo il coro portante. Un continuo play-pause che impedisce all’orecchio dell’ascoltatore (almeno quello di chi vi scrive) di entrare in toto nell’atmosfera creatasi con le prime note. L’alternarsi delle tre voci, inoltre, diventa alla lunga caotico non riuscendo a dare un timbro stabile alla canzone: il tentativo di vocalizzare il momento più melodico, più oscuro, più grintoso di un brano, caratterizzandolo con una specifica voce, perde così di armonia e l’intensità generale dell’album fa quindi molta fatica a prendere piede ed anche il minaccioso viaggio dell’asteroide Apophis, diviso in tre parti, risulta alquanto monotono. Degne di nota invece “Apep (99942)”, con quel coro dalle tinte vagamente in stile Gamma Ray di “Somewhere Out In Space”, e “Raijin”, dove irrompe con la sua terremotante ritmica la chitarra made in Overkill di Dave Linsk, ospite specialissimo. E se la successiva, e strumentale, “Fujin” passa l’esame senza infamia e senza lode, risulta invece assai pomposo, anche nella durata, il brano che dà il titolo all’album. L’ultima nota, purtroppo dolente, riguarda il pezzo che chiude il lavoro: in questo punto della tracklist, spesso e volentieri, per dare quel mezzo valore in più all’album una band ci piazza la classica cover che non fa mai male, ma attenzione… non è così facile risuonare un vecchio brano, soprattutto se questo, oltre a discostarsi leggermente dal genere che suoni, è diventato nel tempo un cult di un determinato periodo storico, quale è stato appunto “Moonlight Shadow” di Mike Oldfield, anno 1983. Riproporlo quindi in questo modo, lento, ripetitivo e melenso era quantomeno evitabile. Secondo gli esperti, il passaggio dell’asteroide Apophis non toccherà la terra, ma la sfiorerà appena. Che la seconda fatica dei Killin’ Kind subisca la medesima sorte? Ai posteri l’ardua sentenza.
