KILLING JOKE – Fire Dances

Pubblicato il 23/07/1983 da
voto
7.5
  • Band: KILLING JOKE
  • Durata: 00:39:25
  • Disponibile dal: 25/07/1983
  • Etichetta:
  • E.G. Records

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“Fire Dances” è il disco con cui Paul Ferguson raggiunge l’apice del suo tribalismo, e allo stesso modo le follie personali dei membri della band toccheranno i loro vertici. E non a caso dopo nulla sarà più lo stesso, compresa la scelta di mollare la durezza espressiva proprio al suo culmine. Il disco è tra i più amati dallo zoccolo duro dei fan, e se al primo impatto può sembrare una ‘semplice’ sintesi di quanto ascoltato finora, è in effetti un’espressione molto matura di quattro anni di sperimentazione alla ricerca della propria cifra espressiva, oltre che un continuo dialogo con i loro affezionati ascoltatori. Basti pensare alla prima traccia, “The Gathering”, che dà forma e nome in via definitiva alla percezione che i Killing Joke hanno dei loro concerti: delle adunanze, da cui anche i loro fan prendono il nome: una componente quasi paritaria alla band, e non a caso Jaz ritiene tutt’oggi che i gatherers sparsi per il mondo condividano la loro visione del mondo e l’approccio controculturale. Il brano è insieme orecchiabile e trasognato, qui come ne resto del lotto è Big Paul a fare la parte del leone, mentre Jaz assume sempre più il ruolo del jester, il pagliaccio di corte dall’aria folle a cui è permesso mettere in piazza i malcostumi di corte – o della società intera, in questo caso. Brani come “Fun And Games” e “Song And Dance”, complici i titoli affini, sono veri e propri divertissement dalla grande forza ritmica; un groove costante che informa anche “Rejuvenation” o “Frenzy”, epitomi di quel post punk offerto nello stesso periodo da band come The Fall o Gang Of Four. E che verso la fine del disco esplode in forma mirabile su “Dominator”: qui Raven mostra tutta la sua classe, emancipandosi apertamente dal ruolo di semplice sostituto, e lancia i Killing Joke verso le piste da ballo goth/dark del periodo. “Harlequin” è l’autobiografia scanzonata di Coleman stesso, che mette in voce, sgraziata ma incisiva, i suoi demoni, mentre alle sue spalle il resto della band costruisce un brano che è una versione più solare dei canti pagani di “Revelations”. “Feast Of Blaze” cambia di poco la forma da baccanale selvaggio, ma introduce un giro di tastiere molto semplice, in cui è difficile non riconoscere il progenitore dell’iconica intro che i Faith No More, grandi estimatori dei Killing Jok,e creeranno per “From Out Of Nowhere”. E vale forse la pena di fare un inciso e ricordare che, quando la band californiana cacciò Jim Martin, pensò proprio a Walker come perfetto sostituto; Geordie si prestò volentieri, in amicizia, a jammare con loro, ma restando categorico che non si trattava di un provino, perché la sua vita musicale ruotava solo ed esclusivamente intorno ai Killing Joke. Parlando di omaggi, quasi in chiusura troviamo “Let’s All Go (To The Fire Dances)”, che oltre a chiudere il cerchio del legame ritualistico con il pubblico con un ritmo sincopato e irresistibile, riprende in maniera esplicita il sound del riff di “Dancing With Myself” di Billy Idol, mostrando come – almeno negli anni Ottanta – i Killing Joke fossero tutt’altro che avulsi dall’osservare e carpire il resto del mondo musicale. “Lust Almighty”, tra ansimi indefinibili e l’ennesimo “show of hands” della premiata sessione ritmica chiude infine il disco su tonalità alte, con il duetto tra la chitarra squillante e un Coleman curiosamente in veste di urlatore, o di banditore medievale. Intento ad annunciare, in qualche modo, la fine dell’Età Oscura della band, che da qui in poi abbandonerà quasi del tutto certe sonorità primitive, lanciandosi in continue e variegate esplorazioni.

TRACKLIST

  1. The Gathering
  2. Fun And Games
  3. Rejuvenation
  4. Frenzy
  5. Harlequin
  6. Feast Of Blaze
  7. Song And Dance
  8. Dominator
  9. Let's All Go (To The Fire Dances)
  10. Lust Almighty
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