7.0
- Band: KILLING JOKE
- Durata: 00:37:30
- Disponibile dal: 05/07/1982
- Etichetta:
- E.G. Records
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Dietro una copertina che esprime eleganza, tra lenzuola di seta e fiocchi dorati, arriva “Revelations”, un nome sintomatico, che dimostra per l’ennesima volta come le parole non siano mai scelte a caso, con i Killing Joke. Le canzoni assumono un’aura apocalittica (dal greco apokálypsis, ossia ‘rivelazione’, sic) e il sound si fa ancora più oscuro e pesante, come il clima tra i quattro amici; Youth è la prima vittima degli eccessi di droga, e nelle sue stesse parole ha evitato per un soffio di essere sbattuto in un manicomio senza speranza di uscita, allorché l’abuso contemporaneo di amfetamine e LSD lo gettò in un delirio paranoico per settimane. Nel complesso abbiamo di fronte un disco molto omogeneo, in cui al primo ascolto i brani tendono un po’ a sovrapporsi in un certo anonimato, gradevole ma di certo non incisivo. Non è però un caso che numerosi brani, da “The Hum” a “The Pandys Are Coming”, passando per “Empire Song” occupino ancora le scalette dei concerti, e il segreto è nel profondo senso storico che hanno. Possiamo quasi dividere il disco in tre tronconi, e i brani appena citati ne sono le epitomi; pur con la costante di riff molto zanzarosi, di una batteria sempre più tribale e oscura e di un basso su cui Youth lavora alacremente per dare un battito cardiaco al disco, abbiamo in primis i brani ossessivi (“The Hum”), guidati dal Coleman sciamano. Poi, quelli più trascinanti e dissonanti, come “Empire Song”, “We Have Joy”, oppure “Chop Chop”, che non avrebbe sfigurato a firma dei The Pop Group, nonché le esplosioni di rabbia bombarola che trovano posto in quasi tutto il lato B dell’album. E infine le declamazioni tossiche: la già citata canzone dedicata all’amico Bob Pandy, mentore politico di Coleman nel giro degli squat londinesi, e l’allucinata “Good Samaritan”: una canzone-non-canzone ridotta all’osso, sorta di preghiera oscura prima del metaforico lancio di molotov rappresentato dalla conclusiva “Dregs”. Questa presenta un tentacolare Big Paul a guidare le armate, mentre Geordie trasfigura definitivamente la sua chitarra, spesso stuprata per tutta la lunghezza del disco, facendole emettere solo acuti suoni dissonanti. Ma nel complesso, pur con i ricchi contrasti descritti, è un disco da assorbire in un colpo solo, ricevendo i colpi allo stomaco di una “Have A Nice Day” con lo stesso abbandono con cui si ascolta l’apparente leggerezza danzereccia di “The Land Of Milk And Honey”, in realtà una feroce invettiva che riflette al meglio l’attitudine da guastatore e critico sociale di Jaz. Che a quanto pare ha promesso alla figlia di non candidarsi mai a nessuna carica, ma non risparmia i suoi feroci attacchi al consumismo e alla vita moderna; oltre a esser stato, almeno stando a una sua recente dichiarazione, ospite e osservatore ufficiale a una riunione delle Nazioni Unite.
“Revelations” è insomma un disco interessante, magari senza scossoni di eccellenza, ma che ha ancora una sua particolare e mistica freschezza dopo trent’anni. E che, soprattutto, fa respirare a meraviglia lo spirito che aleggiava sulla band in quel periodo. Abbiamo già detto della fascinazione per l’occulto e per tutto ciò che poteva essere cultura veramente alternativa dei membri dei Killing Joke, ma Jaz Coleman era sempre riuscito ad essere un passo avanti anche nelle derive più folli; amico di streghe wicca e di almeno un vero cannibale (ma solo di feti abortiti, suvvia), Jaz ha perso spesso la bussola, almeno secondo il comune e borghese modo di vedere la vita e il mondo. Il primo caso eclatante avviene quando i suoi studi cabalistici lo convincono che la fine del mondo abbia una data certa, ma anche che un’isola dal nome quasi emblematico sarebbe stata risparmiata (e spesso torneranno le isole, nella sua vita); ecco così che alla vigilia di un tour e di diverse comparsate televisive, molla il colpo e fugge in Islanda senza avvisare nessuno. Scopre presto di aver sbagliato i calcoli, ma perché non approfittare del cambio di ambiente? Con musicisti della nascente scena sperimentale islandese, in particolare i membri del gruppo di culto locale Þeyr, fonda presto una band, ammira e studia le aurore boreali e decide di fare un passo avanti nella sua ricerca occulta, evocando il suo angelo custode: è il 26 febbraio 1982 – guarda un po’ la coincidenza – e oltre ad assumere una maggior consapevolezza personale, Coleman ha l’illuminazione che dovrà affiancare alla sua band una carriera da direttore d’orchestra. Nel frattempo l’amico Geordie l’ha raggiunto nell’allora sperdutissima isola; i due provano a creare una nuova incarnazione della band, ma quando anche Big Paul fa la sua comparsa, decidono presto di tornare in Inghilterra. Youth, abbandonato pare senza alcuna informazione dagli amici, è alienato, incattivito da quello che ha vissuto come un tradimento in tre atti e si rende irreperibile. Inizia le sue sperimentazioni musicali (con i tutt’altro che brillanti Brilliant), l’attività da produttore, e per molti anni osserverà da lontano la vita degli ex amici fraterni.
