7.0
- Band: KING POTENAZ
- Durata: 00:39:43
- Disponibile dal: 27/06/2025
- Etichetta:
- Majestic Mountain Records
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Dopo l’ottimo ritorno dei baresi The Ossuary, ecco riaffacciarsi sulla scena doom un altro gruppo pugliese, i King Potenaz da Fasano, in provincia di Brindisi, alle porte del Salento, che, pur non potendo vantare l’esperienza e la personalità dei corregionali, riesce comunque a offrire, con questa nuova uscita discografica, qualche spunto di interesse, che proveremo ora a illustrare.
Siamo, ancora una volta, nel territorio dello stoner-doom anni Novanta targato Sleep e Electric Wizard, quell’ambito stilistico che si prefigge di prendere il suono dei Black Sabbath più oscuro e straniante e renderlo ancora più pesante e ultrasonico. I King Potenaz ci riescono abbastanza bene, farcendolo con buone dosi di occult rock, che aggiungono atmosfera ai brani, e mantenendo il marchio, viscerale e sincero, di puro underground italico.
L’album consta di solamente quattro brani, lunghi e lenti, con qualche sparuta accelerazione, ma riesce a non annoiare grazie a una certa capacità dei brindisini ad andare dritti al sodo, con un suono aspro ma caldo, di certo non raffinato, ma efficace, e strutture semplici ma avvolgenti, in grado di coinvolgere l’ascoltatore nel viaggio sonoro dominato dal fuzz e dalle accordature ribassate.
Rispetto al debutto “Goat Rider” di un paio d’anni fa, il nuovo album si presenta più coeso e omogeneo, sia nel suono che nella scrittura; c’è meno carne al fuoco, ma più compattezza, che aiuta ad immergersi completamente nelle atmosfere oscure e lisergiche evocate dal trio del sud.
La voce, lontana e effettata, come proveniente da un’altra dimensione, è a metà strada tra Jus Osborn degli Electric Wizard e Al Cisneros degli Sleep, ma dal timbro simile a quello di Christian ‘Spice’ Sjöstrand, cantante originale degli Spiritual Beggars; le chitarre, ad opera dello stesso Giuseppe Guarini, sono semplici, incentrate sulle ritmiche, ma adeguate alla proposta: pochi fronzoli e una sana predisposizione a macinare riff più monolitici e fragorosi possibile. Francesco Pensato al basso doppia le chitarre con un suono bello rotondo e grasso al punto giusto e si concede anche qualche spunto solistico; Piero Schiavone alla batteria si sforza, riuscendovi, di conferire dinamicità ai pezzi senza strafare.
Si parte benissimo con “Rivers Of Death”, grazie ai riff e alle linee vocali che si stampano immediatamente in testa, per poi rimanervi, e si chiude altrettanto positivamente con il pezzo più particolare del disco, “Ariadne, The Serpent Witch”, molto atmosferica e impreziosita dalla voce dell’ospite Jana Maista.
Decisamente meno convincenti, invece, gli interventi vocali simil-black metal sulle ultime due tracce: va bene volersi affiliare al versante più oscuro e occulto del doom, ma tale espediente risulta decisamente fuori contesto; anche perché la voce principale fa già il suo sporco lavoro e basta il suadente cantato di Jana Maista sull’ultimo pezzo ad aggiungere pepe al piatto.
Giusto menzionare anche il sapiente uso dei sintetizzatori che vanno a cesellare i pezzi là dove serve, mentre l’illustrazione di copertina e i testi concorrono a inserire il lavoro all’interno del filone dello stoner-doom, non concedendo nulla all’originalità, ma sottolineando la coerenza nell’aderire a un canone ben preciso.
L’impressione generale è che i King Potenaz debbano ancora leggermente affinare la loro proposta, assolutamente derivativa, ma comunque degna di nota, in virtù di una innegabile destrezza nel coniugare i momenti pesanti con quelli più psichedelici, fulcro ed essenza di questo genere musicale.
