6.5
- Band: KING WOMAN
- Durata: 00:40:49
- Disponibile dal: 30/07/2021
- Etichetta:
- Relapse Records
- Distributore: Audioglobe
Secondo capitolo per la band della mastermind Kristina Esfandiari, che con il debutto “Created In The Image Of Suffering” ha diviso parecchio il pubblico, a fronte di una critica quasi unanimemente positiva. Noi ci eravamo posti (quasi) nel mezzo, non per piglio democristiano ma perché la proposta degli americani risultava molto particolare, sicuramente di valore ma anche piuttosto difficile da digerire. Un mix di doom rock, shoegaze e contaminazioni drone, che in questo “Celestial Blues” perde una buona parte di doom per guadagnare suggestioni anni ‘90 dal sapore grunge e alternative rock/metal. Un’apertura mentale che non stupisce se si guarda alla carriera della Esfandiari, cantante statunitense di origini serbo-iraniane in grado di abbracciare generi come R&B, rap e noise sperimentale.
Qui come sul disco d’esordio troviamo una scrittura molto densa ed intima, ancora una volta legata alla personalissima esperienza della musicista, fuoriuscita ormai ventenne da una vita dominata dalle regole di una setta cristiana fondamentalista. Si comprendono perciò i numerosi riferimenti religiosi e l’approccio intimista che domina l’intero lavoro, a partire dalle luci ed ombre della titletrack, proseguendo con la semiballad “Morning Star”. Il singolo “Boghz”, che vive di contrapposizioni tra tranquillità e ruvidezza è tra i momenti di maggior dinamismo assieme alle sferzate grezze e acide di “Coil”. Echi di Mudhoney, Nirvana, Sonic Youth ma anche della tanto odiata Courtney Love con le sue Hole, inevitabilmente vengono riportati alla mente durante l’ascolto. La seconda parte del disco torna ad assestarsi su tempi prevalentemente lenti e dilatati, anche troppo: sebbene “Celestial Blues” non arrivi a toccare i tre quarti d’ora di musica il tarlo del ‘già sentito’ e una conseguente irrequietezza si avvertono distintamente; forse questa volta il terzetto californiano si è avvitato un po’ troppo su se stesso, indugiando in soluzioni molto simili tra loro e mancando in più punti di incisività. Ascolto consigliato solo a chi ha apprezzato l’album d’esordio e a chi fosse incuriosito dal – difficile – connubio tra sonorità alternative anni ‘90 e pesantezza più propriamente metal.
