7.5
- Band: KIRK WINDSTEIN
- Durata: 00:43:51
- Disponibile dal: 24/01/2020
- Etichetta:
- eOne Music
- Distributore: Audioglobe
Riff ribassati, voce cupa, toni tormentati: elencare gli elementi caratterizzanti di questo esordio solista di Kirk Windstein potrebbe far pensare a qualcosa di poco diverso dai suoi Crowbar, mentre “Dream In Motion” è un album che sa toccare corde profonde e che può stupire. Il barbuto riffmaker di New Orleans qui si occupa di tutti gli strumenti, tranne la batteria e gli sporadici inserti di tastiere, affidate a Duane Simoneaux (anche produttore dell’album), mettendo in campo un lavoro dove è evidente il desiderio di aprire lati più nascosti e intimi di se stesso. E colpisce al tempo stesso come, nel creare un disco molto personale e malinconico, che gli ha richiesto oltre due anni di lavoro, nulla sia lasciato a una dimensione di sfogo; ivi compresa la scelta di spingere al massimo la melodia senza cadere nel ‘banale’ diario privato, magari completamente acustico, anche se di passaggi privi di distorsione e cattiveria sonora ce ne sono parecchi. Questa svolta più soave rispetto al canonico approccio fangoso si declina in varie forme; possiamo citare “Hollow Dying Man”, che attacca trasognata come una sorta di “Planet Caravan”, oppure le melodie travagliate di brani come “Once Again” o “The Ugly Truth”, dominati da un’atmosfera eterea, un basso molto presente e la voce estremamente espressiva di Kirk, che opta pressoché in tutto il disco per l’utilizzo della voce pulita. In “The World You Know” si sente molto del sound dei Down, e in generale non mancano pezzi più cadenzati, però mai privi di un approccio estremamente intimista: per esempio “Toxic”, che offre anche un bridge particolarmente accattivante, più legato a certi passaggi pachidermici dei Crowbar. “The Healing” è una versione stravolta e sotto oppiacei della sua band madre, mentre “Necropolis” è forse il pezzo più struggente, in cui la ricerca sulle linee vocali raggiunge il suo apice. Tutti i brani sono estremamente profondi, sia in termini di cadenza che lirici; ma l’assenza di cattiveria già citata non significa che “Dream In Motion” non sappia colpire con forza, ricordando negli intenti – se non proprio nelle sonorità – gli album registrati dal suo conterraneo Dax Riggs dopo l’uscita dagli Acid Bath, sia da solista che con gli Agents Of Oblivion. Con quel senso di poesia autentica, malata e naïf che i grandi cantori dello sludge di Nola hanno sempre saputo offrirci. L’ascolto termina con la lugubre ma non stravolta restituzione di “Aqualung” dei Jethro Tull, a detta di Kirk il suo brano preferito di sempre; che sa fare suo, intensificandone la componente insita di alienazione per chiudere ottimamente questa prima avventura nei suoi labirinti personali.
