6.5
- Band: KK'S PRIEST
- Durata: 00:50:51
- Disponibile dal: 01/10/2021
- Etichetta:
- Explorer1 Music
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“Sermons Of The Sinner” è un album pieno di cliché, inutile girarci intorno. Nelle linee melodiche, nel riffing, nei testi, tutto quanto riprende in maniera evidente quel modo di intendere l’heavy metal codificato in maniera inequivocabile dalla band heavy metal per eccellenza, i Judas Priest. Se questo, normalmente, avrebbe magari fatto finire una band nel dimenticatoio, sotto l’etichetta di ‘band clone senza personalità’, qui la cosa si fa più interessante, come tutti saprete. Trattandosi della nuova band di KK Downing, diventa molto difficile accusare l’album di essere derivativo: Downing è uno dei maggiori artefici del sound (ma anche dell’immagine) dei Priest e quelle coordinate, diventate nel corso degli anni delle leggi scritte nella pietra, sono state vergate a lettere di fuoco anche da lui. D’altra parte con un nome come KK’s Priest ed una formazione che vede tra le sue fila due ex compagni di squadra come Ripper Owens e Les Binks (che, però, non ha potuto suonare nel disco per problemi di salute), non possono esserci molti dubbi circa le intenzioni del biondo chitarrista.
La domanda, quindi, diventa molto più semplice: “Sermons Of The Sinner” è un lavoro degno della discografia dei Judas Priest? E’ in grado di rivaleggiare, se non con i classici del passato, quantomeno con un disco come “Firepower”? Ecco, spiace dirlo, ma no. Pur risultando abbastanza solido e sicuramente energico, questo debutto dei KK’s Priest ci sembra più vicino alla qualità di un album medio dei Primal Fear, con tanto mestiere ma nulla di così indimenticabile. Downing è sicuramente il chitarrista più heavy della coppia d’oro dei Priest, quello più legato ai riff assassini e taglienti, rispetto all’approccio più melodico e solista di Tipton, ma questo di per sè non sarebbe affatto un problema. Tuttavia, come spesso accade in queste occasioni, era l’alchimia tra i due, pur con tutti gli screzi ben noti, ciò che faceva la vera differenza. Downing, qui affiancato da un anonimo Sean Elg, non riesce a ricostruire lo stesso equilibrio, con risultati altalenanti. In quegli episodi in cui la componente heavy è più diretta e senza compromessi, come nella titletrack o in “Hail To The Priest”, la scrittura funziona e l’ascolto resta piacevole. Quando invece le composizioni si fanno più articolate e lunghe, come in “Metal Through And Through” o “Return Of The Sentinel”, la band sembra perdersi per strada, girando a vuoto su composizioni poco incisive.
Un discorso a parte va fatto, invece, per Ripper Owens: il cantante ha ancora una voce eccezionale, questo è innegabile. Se consideriamo il fatto che da album come “Jugulator” e “Demolition” siano passati vent’anni, sentirlo ancora a questi livelli fa invidia. Allo stesso tempo, però, continuiamo a non capacitarci di come tanto talento possa essere sprecato in una continua rincorsa all’acuto, al falsetto più stridulo, alla monotonia interpretativa fatta di un registro sempre uguale a se stesso, come abbiamo avuto modo di evidenziare anche nella recensione degli album dei Three Tremors. Questo limite timbrico diventa particolarmente evidente se messo a confronto con la vocalità Rob Halford: se nelle note alte Owens si trova a giocare nello stesso campionato, nel registro medio-basso invece si trova in evidenti difficoltà, non potendo contare sulla gamma enorme di colori che può vantare la timbrica di Halford.
Concludendo, quindi, “Sermons Of The Sinner” ci sembra uno di quegli album piacevoli, capace di regalare qualche bel momento di cattiveria metallica, ma tutto sommato destinato ad essere più una scusa per andare in tour, magari con una scaletta infarcita di classici dei Judas Priest. Niente di male, ci mancherebbe, ma forse da un artista del calibro di KK Downing sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più.
