7.0
- Band: KK'S PRIEST
- Durata: 00:40:56
- Disponibile dal: 29/09/2023
- Etichetta:
- Napalm Records
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Dopo aver visto sfumare l’ennesima occasione di reunion, a seguito dell’ingresso nella Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame dei Judas Priest, KK Downing torna al suo piano B, firmando il successore di “Sermons Of The Sinner”. Se avete letto la nostra recensione del debutto dei KK’s Priest, avrete notato un certo disappunto da parte nostra nel trovarci di fronte ad un lavoro davvero troppo standardizzato, che non riusciva a compensare la carenza di idee ed ispirazione con la semplice forza bruta di un songwriting oggettivamente incazzato. Ci siamo quindi avvicinati a “The Sinner Rides Again” con delle aspettative piuttosto basse, e forse anche per questo motivo l’ascolto di questo secondo lavoro di KK Downing è stato più piacevole e incoraggiante del previsto.
Intendiamoci, nemmeno questo disco ci fa gridare al miracolo, ma abbiamo trovato diversi spunti di interesse che vale la pena di sottolineare. In primo luogo, i brani, pur restando furiosi e violenti, mostrano una maggiore varietà rispetto al precedente monolite di metallo: brani come “Keeper Of The Graves” o “Wash Away Your Sins”, oscuri e minacciosi, fanno da contraltare alle fiamme incandescenti di “Sons Of The Sentinel”, “One More Shot At Glory” e della title-track. Solida la performance di tutti i musicisti coinvolti, con un particolare plauso a Ripper Owens, che, arrivato a cinquantasei anni, continua ad avere pieno controllo delle sue corde vocali, risultando questa volta più vario nel suo registro, evitando di ululare a pieni polmoni per l’intera durata del disco. La sezione ritmica ha ormai archiviato l’annunciata collaborazione con Les Binks, lasciando spazio al più giovane e potente Sean Elg dietro le pelli; Tony Newton disegna linee di basso efficaci e A.J. Mills sembra essersi integrato bene con KK, ritagliandosi un suo spazio soprattutto negli assoli. Positivo anche il lavoro in consolle di Jacob Hansen, che riesce a conferire un sound massiccio ad ogni canzone, segnando anche in questo caso un passo avanti rispetto al debutto.
Quello che, invece, continua a sembrarci mortificante, è il continuo cercare di inseguire l’immaginario dei Priest: KK ci dà l’impressione di essere talmente impegnato a cercare di affermare la sua legittimità nei confronti dei suoi vecchi compagni, da finire a scrivere delle canzoni che a volte sembrano scimmiottare gli originali dei tempi che furono. È sufficiente scorrere la tracklist per trovarsi di fronte ad una sorta di collage di vecchie canzoni, immagini e citazioni, che rischiano di esacerbare il continuo paragone tra il presente degli esclusi e il passato della leggenda. Non sappiamo quali logiche stiano dietro questa scelta: mossa commerciale per attirare la fanbase dei Judas Priest? Un sano desiderio di competitività? Un modo per non rinnegare il passato e tenere sempre un piede nella porta qualora Halford e compagni decidessero di tornare sui loro passi? Sono tutte opzioni possibili, ma non riusciamo a toglierci di dosso la sensazione che, forse, il primo a dover veramente voltare pagina sia proprio KK, accantonando sentinelle e peccatori, per dare finalmente la giusta dignità ad un progetto che, per il momento, continua a voler essere sempre e solo l’alternativa rancorosa a qualcosa che già esiste.
