KNELT ROTE – Alterity

Pubblicato il 06/03/2018 da
voto
9.0
  • Band: KNELT ROTE
  • Durata: 21:21
  • Disponibile dal: 20/2/2018
  • Etichetta: Nuclear War Now
  • Distributore:

“Alterity”: la sensazione perenne di essere altro da sè, o altrove dal qui… dal proprio corpo. “Knelt Rote”: il rito dell’inginocchiarsi…. eternamente. Knelt Rote, la più ferale di tutte le band grind. Forse la più feroce di tutte le band. In questa sede, oltre a recensire il loro nuovo disco postumo, cercheremo anche di fare un po’ di ordine nel loro caos sia musicale che esistenziale e ripercorrere la genesi di una delle band tra le più estreme e visionarie mai esistite, che in dieci anni di carriera ha partorito solo capolavori, lontanissimi da ogni riflettore. La storia inizia nel 2008 a Portland, Oregon – dieci anni fa esatti – quando il chitarrista death metal Lucas Danner (ex Fall Of The Bastards) incontra il musicista noise Gordon Ashworth, californiano, allora come adesso affermatissimo in ambiti che con il metal non hanno nulla a che vedere, soprattutto nei circuiti ambient/sperimentali e field recordings (a suo nome) e in ambiti limite quali harsh noise/power electronics (col suo progetto Oscillating Innards, fra gli altri). Viene reclutato il batterista Charlie Mumma (ex Splatterhouse), e il bassista Kevin Schreutelkamp (ai tempi in Engorged, e Lord Gore, e oggi nei Ritual Necromancy, Ascended Dead, Weregoat ecc). Con Ashworth come frontman i Knelt Rote iniziano una carriera sin da subito a dir poco tellurica. Il frontman californiano infatti (ben abituato a forme di sonorità tra le piú violente in esistenza come il power electronics dei suoi Oscillating Innards appunto) intravede possibilità di abuso sonoro inaudite in un connubio tra grind estremo e harsh noise, e spinge i suoi compagni a sposare l’idea di creare musica che oltrepassasse il confine della sanità, e a seguirlo oltre un limite sino ad allora invalicabile per il grindcore come era inteso fino a quel momento. Le premesse stesse con cui la band nasce, sono dunque già premonitrici di scenari nefasti. Lungi dall’essere il frutto del caso e delle circostanze, la band nasce da un disegno ben preciso, e da un connubio tra il talento eterogeneo dei suoi membri e una follia ‘concettuale’ di rara lucidità – un sodalizio raro ed inusuale tra presone diverse ma unite da un talento fuori dal normale, come un sottile e nascosto filo conduttore che come vedremo sarà la ricetta per l’apocalisse. I primi risultati sono terrificanti. Lo scarnificante debut album “From Without” – una sorta di supercella di terrore sonoro contenente scorie impazzite di Discordance Axis, Siege, Assuck, powerviolence, e noise giapponese, centrifugati e spinti oltre ogni limite della sana ragione non sfugge alla casa dell”estremo a tutti costi’ – la bellicosa Nuclear War Now! Producitons – che pubblica il secondo disco, “Insignificance”, un allucinatorio tripudio di orrori grind e deliri black/death dai tratti quasi apocalittici. La brutta faccia del black metal più punitivo comincia a fare le sue prime apparizioni nell’impianto già bestiale e destabilizzante dei Knelt Rote, e sarà uno degli elementi che spingerà la band più di ogni altro oltre il limite dell’assurdo. In questa fase, leggenda narra che durante le registrazioni del disco in questione, nel tentativo di spiegare una parte molto complessa al resto della band, il vocalist Ashworth abbia imbracciato frustrato una chitarra per mostrare il riff agli altri rivelando doti tecniche incredibili con la sei corde del tutto sconosciute sino ad allora ai suoi compagni, sbalordendoli a tal punto che questi lo obbligarono ad aggiungersi alla sezione strumentale della band come secondo chitarrista. L’aggiunta di Ashworth alla seconda chitarra è stato chiave nello sviluppo della band, e il loro indiscusso punto di non ritorno. L’inizio di una supremazia sia musicale che concettuale impossibile da eguagliare per chiunque. Anche in un roster con alcune tra le band più violente del mondo come quello della NWN!P (che vanta entità superignoranti come Blapshemy, Revenge eccetera) i Knelt Rote sembrano una totale anomalia, una mosca bianca arroccata nel proprio mondo di distruzione sensoriale, lontana anni luce dai fasti del metal estremo tipici della label (infarciti di capri, maschere anti gas, diavoli e altri simili effetti speciali) e intenti invece a srotolare questo loro mondo snervante e claustrofobico,  intriso di tormento esistenziale e pervaso da artwork astratti, cerebrali e intellettualmente impenetrabili. Nel 2012 arriva sempre tramite NWN!P il terzo, mutilatore, album,”Tresspass”, il quale allunga le ombre black e death metal sul sound della band ancora di più diventando uno dei dischi più estremi e visionari mai pubblicati in ambito grind, e oggi universalmente acclamato come assoluta pietra miliare del grind estremo (e archetipo della sotto-nicchia del blackened grindcore). A questo punto quando le voci sulla ferocia iconoclasta della band soprattutto in sede live rasentano ormai storie da pura leggenda metropolitana (non lo sono, chi c’era come il sottoscritto, sa), Mumma lascia, e la band si scioglie. Viene reclutato un anno dopo Eli Blotch, batterista dei Fall Of The Bastards e Plutocracy. La macchina del terrore cieco dei Knelt Rote si rimette silenziosamente in moto a testa bassa ignorando come sempre qualunque tipo di riflettore o clamore su social media (mai usati) o in interviste patinate su media più cool (mai rilasciate). Nasce “Alterity”, prima del definitivo, e recente scioglimento. Il disco postumo mostra tratti di lucidità nel suo obliterante impianto sonoro che lasciano esterrefatti, oltre ad un uso del black metal scandinavo ulteriormente ampliato, ora brandito piú che mai come arma contundente, o come elemento sbranante. Di rado – se non mai – si era mai assistito ad un livello di caos e brutalità così nitido, così slegato da qualsiasi nozione razionale o terrena. Una produzione curata nei minimi dettagli può davvero far trapelare orrori infiniti, rendendo l’incubo quasi indistinguibile dalla realtà, e i Knelt Rote questo lo sanno fin troppo bene. Ed è così che all’interno di questo cristallino disegno di totale annientamento sonoro i riff arrivano a sciami, ed ognuno di esso va a segno con precisione chirurgica, con effetti devastanti sull’ascoltatore. La sezione ritmica disegna traiettorie impossibili, infilandosi in vicoli ciechi di blastbeat accecanti e rigonfiandosi in gorghi di pura e lacerante obliterazione sensoriale, mentre le scarnificazioni noise traghettano l’ascoltatore in un incubo ad occhi aperti dove la percezione viene ridotta ad uno scempio. “Alterity” in questo è un disco spossante e terrificante allo stesso tempo: è un lavoro calcolatore, fisicamente sfiancante, iper-lucido, progettato per annichilire senza rimorso, creato con l’intento di obliterare i sensi ad ogni costo e ridurre l’ascoltatore in uno stato di totale paralisi, incapace di sentire alcunché, annientato nella sua stessa essenza di ascoltatore. Le orecchie vengono istantaneamente sbranate da sciami impazziti di chitarre che arrivano a grappoli sin dalle prime battute della mortificante opener “Lachesis”, i canali auditivi implodono sotto il peso immondo di una aberrazione auditiva che non si ferma di fronte a nulla, e il cervello comincia a subire un assalto insensato, un abuso incolore e senza forma, un muro bianco di puro tormento come proveniente da un’altra dimensione, che inocula il dolore cieco di questa band nel profondo, provocando uno collasso sensoriale. Stiamo parlando di in disco grind che dura ‘solo’ venti minuti ma di cui si potrebbe parlare per giorni, mesi e anni tanto è denso, sfaccettato, impenetrabile, e crudelmente labirintico. Venti minuti di totale supremazia tecnico/concettuale – una della cose più aberranti, annichilenti, spossanti, e visionarie mai registrate. Almeno per il sottoscritto, “Alterity” è l’unico album che ha una qualsivoglia importanza quest’anno, solo per  il semplice fatto di esistere nella sua forma ultima. Siamo solo a Febbraio, ma il solo poter pensare un possibile ‘oltre’ un disco simile quest’anno appare sia cosa sia futile. ‘Oltre’ ci siamo già abbondantemente andati, grazie ai Knelt Rote ed al loro obliterante capolavoro postumo: “Alterity”. Rest in Peace.

TRACKLIST

  1. Lachesis
  2. Lineage and Dependence
  3. Rumination
  4. Genetic Memory
  5. Othering
  6. Salience
  7. Black Triptych
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