7.0
- Band: KONQUEST
- Durata: 00:36:54
- Disponibile dal: 14/10/2022
- Etichetta:
- No Remorse Records
Spotify:
Apple Music:
Brutta bestia, la tradizione: guai a non rispettarla, guai a travisarla, ma attenzione pure a prenderla come fonte assoluta d’ispirazione; qualcuno potrebbe offendersi perché, appunto, la sua essenza rituale e sacramentale le assegna di diritto il potere insindacabile dell’intoccabilità. Contemporaneamente all’avvento e alla successiva diffusione di molte band devote alla New Wave Of Traditional Heavy Metal, sono infatti esplose altrettante critiche da parte dei defender della prima ora assoluta nei confronti dei neonati gruppi, rei di aver semplicemente scopiazzato il passato, di giocar facile, con l’aggravante di non saper dare l’equivalente scarica emozionale espressa a suo tempo dai loro mentori. “Se devo ascoltare un certo tipo di musica, preferisco andare sul sicuro e fiondarmi su quegli album usciti sul finire degli anni ’70 e l’inizio degli ’80“: questa la frase ricorrente in alcuni commenti riferiti alle ultime produzioni in chiave NWOTHM. Detto che de gustibus non disputandum est, è doveroso ammettere che spesso e volentieri tali esternazioni celano un motivo istintivo e naturale, dettato dal subconscio, che fa rima con adolescenza, gioventù. E’ in quel periodo che si incastonano nella mente di molti i ricordi più piacevoli, ed in più di un’occasione è la musica la protagonista di queste memorie. Da qui il ‘rifiuto’ nei confronti di questi nuovi interpreti dell’heavy classico, colpevoli di voler intromettersi tra i vecchi padrini del genere.
Tra gli altri, il nostro Alex Rossi il quale, con il suo progetto targato Konquest, ha raggiunto quota due alla voce full-length con il qui presente “Time And Tyranny”, rinnovando ancor di più la sua passione verso certe sonorità che hanno segnato un’epoca: Iron Maiden (con particolare affetto a lavori come “Piece Of Mind”, “Powerslave” e “Somewhere In Time”), Thin Lizzy e Tank, per rimanere in terra europea, ma anche Cirith Ungol, Manilla Road e pure W.A.S.P. se vogliamo estenderci in quella a stelle e strisce. Basterebbe mettersi in ascolto di “A Place I Call Home” per intendere quanto appena scritto: l’andamento cadenzato ed armonioso ha sì il marchio della Vergine di Ferro stampigliato a caratteri cubitali, ma funziona alla perfezione, obbligandoci a muovere la testa su e giù perché la forza di certe melodie travalica il tempo. Con un timbro di voce leggermente sgraziata, simile a quella di un Tom Baker toscano, il mastermind di Prato sprigiona in lungo e in largo tanto ondate di riff borchiati NWOBHM, quanto di epic metal, griffato sul finale da quell’hair metal più godereccio e spensierato di matrice americana. Brani come “Something In The Dark”, “The Treveller” o la conclusiva “Warrior From A Future World” ben testimoniano la poliedricità di intenti del musicista italiano, ruspante e a suo modo originale nel perpetrare trame orecchiabili e tecnicamente ben strutturate. Sei i brani (forse un po’ pochini) gli episodi tracciati da Rossi, con l’opener “Relativity” che aveva tutte le potenzialità per essere un pezzo fatto e finito anziché interrompersi bruscamente proprio sul più bello. Konquest che, tra le altre, da one-man-band trova la propria collocazione live in un vero e proprio gruppo, come dimostrato anche nelle ultime uscite al Venezia Hardcore Fest e al Keep It True in quel di Wurzburg, così da portare on stage quella tradizione da non tradire, da non oltraggiare ma comunque da omaggiare con il giusto spirito.
