7.5
- Band: KRALLICE
- Durata: 00:34:45
- Disponibile dal: 21/12/2016
- Etichetta:
- Gilead Media
Il sesto disco dei Krallice è destinato come tutti gli altri a creare discussioni infinite su quale sia l’effettivo valore di un gruppo così anomalo. Dal notevole esordio omonimo a oggi, il quartetto di virtuosi dello strumento formato da Colin Marston (chitarrista, noto al pubblico soprattutto per la militanza nei Gorguts), Mick Barr (cantante/chitarrista), Nicholas McMaster (bassista, seconda voce) e Lev Weinstein (batterista) ha polarizzato le opinioni, dividendo equamente chi ha avuto a che fare con loro tra chi li considera dei geni assoluti, e chi al contrario li vede solo come degli esibizionisti aventi poco di concreto da offrire. Venendo idealmente incontro alla fascia di coloro che son diffidenti, negli ultimi anni la band ha parzialmente asciugato le strutture e realizzato dischi di durata più contenuta, passando dall’ora abbondante del quarto album “Years Past Matter” e dei predecessori, ai trentacinque minuti circa del successivo “Ygg Huur” e di quest’ultimo “Prelapsarian”. L’amore per le durate ampie non è scemato, infatti l’opener “Transformation Chronicles” supera i dodici minuti, ma accanto a composizioni così prolungate trovano ora spazio episodi decisamente sintetici come la seconda track, “Hate Power”, che si attesta addirittura sotto i quattro minuti! Al di là di misurazioni temporali utili a capire alcuni termini della questione, ma non a spiegarla nella sua interezza, ci pare che i Krallice abbiano maturato una scorrevolezza dell’insieme prima solo intravista in qualche fugace tratto, che veniva abbandonata in pochi istanti per lanciarsi in nuovi, lancinanti, scombussolamenti. Le progressioni multiformi da sempre nel bagaglio della formazione fanno riferimento in modo circostanziato a evoluzioni strambe e ipercontorte di impronta più ‘terrena’, dove andiamo ad associare questo termine all’operato di avanguardisti di peso come Voivod e Gorguts. Traslando quindi i concetti di esplorazione, sperimentazione, ricerca sonora nello stile dei Krallice, che dal black metal futurista si evolve nell’avanguardia, nel prog, in una specie di free-jazz rivisitato con enfasi schizoide, lambendo l’urgenza arzigogolata del post-core, abbiamo un metal estremo che sa essere veemente, violento, ipercinetico senza guardarsi troppo allo specchio per bearsi di se stesso. Gli attacchi dei singoli brani lasciano il segno, dando quegli agganci ritmici, melodici e vocali, fondamentali per tenere avvinti ai complicati processi sonici allestiti. Una volta catturata l’attenzione, la band alterna martellamenti e scivolamenti, da una parte picchiando duro a velocità elevate, dall’altro variando i toni e lasciando al basso il compito di dare una linea guida lievemente più cauta in mezzo al concitato marasma. Piacciono molto gli elusivi acquietamenti che si fanno strada dopo i primi minuti di ridondante distruzione cosmica, quando si va sfociare in un’ibridazione psichedelica audace avente, quale unico torto, un eccessivo abbandono dei vocalizzi. La rifinitura dei dettagli non lascia tramontare spigliatezza ed energia, peccato quindi che l’elemento più brutale, quello appunto costituito dalla voce in screaming, venga lasciato in disparte e non utilizzato con continuità. Ci pare superfluo estrapolare singoli passaggi in un disco da vivere in apnea dal primo all’ultimo minuto, che conferma l’estro dei quattro per commistioni di suoni sfidanti, che nella difficoltà di fondo lasciano trapelare aritmica scorrevolezza e trame avvincenti, evitando sbrodolamenti e aggrovigliamenti inutili. Da provare anche da chi dei Krallice ha sempre avuto un certo timore.
