8.0
- Band: KRIEG
- Durata: 00:39:48
- Disponibile dal: 13/10/2023
- Etichetta:
- Profound Lore
Parliamoci chiaro: nella loro lunga carriera i Krieg hanno raramente espresso risultati musicali all’altezza delle aspettative. Certo, è un rischio inevitabile quando l’anima della band, nonché unico membro costante e compositore, è un personaggio del calibro di Neill Jameson, prime mover della scena USBM, uno la cui dedizione alla causa, anche attraverso etichette, un negozio di dischi e svariati articoli (soprattutto per Decibel) è indiscutibile; tuttavia è davvero dall’epoca di “Blue Miasma” che non ricordiamo momenti esaltanti nella sua carriera.
Ripartiamo proprio da quel disco, che arriva oggi a essere quasi maggiorenne, per dire che “Ruiner” è il ritorno inaspettato e graditissimo, con cui a nostro parere Imperial (pseudonimo di Jameson, per i più distratti) firma il suo lavoro più maturo e riuscito. Proprio come allora, è l’atmosfera mefitica e marcia il punto forte dell’album, con una produzione che suona finalmente adeguata sia per le parti più raw che per i momenti più introspettivi, spesso intersecati all’interno dello stesso brano. È il caso, per esempio dell’opener “Bulwark”, che dopo un avvio furibondo si trasforma in un ipnotico pezzo guidato da un arpeggio, e il pensiero va inevitabilmente ai Nachtmystium dell’ex amico Judd – di cui tanto sentiamo la mancanza, almeno in termini musicali…
C’è un forte senso di nichilismo che aleggia in ogni nota vomitata dall’ugola di Imperial, spaesamento nei giri circolari della chitarra acustica, spesso più devastanti a livello percettivo dei furiosi riff, un senso complessivo di riflessione sulla vita e sulla morte che, dopo l’uscita di scena del succitato Blake Judd e a otto anni di distanza dall’ultima fatica dei Leviathan, non sembrava avere più molte speranze di trovare forma da qualcuno dei ‘vecchietti’ nordamericani. E tutto questo con un forte dinamismo e un’evidente volontà di declinare ogni brano in maniera peculiare: “Red Rooms” tocca lidi apertamente depressive, “Solitarily, A Future Renounced” e “No Gardens Grow Here” guardano alla Norvegia più atmosferica e insieme violenta, mentre “Manifested Ritual Horror” rimette in gioco, in maniera più misurata e coerente, certe pulsioni black n’roll già presenti nei dischi precedenti. Il finale, affidato a “The Lantern And The Key”, racchiude un po’ tutte queste pulsioni tra uptempo, marciume, un longa coda quasi ambient.
Nota di merito anche per la capacità di sintesi, dato che tra i difetti principali di quasi tutti i precedenti full-length c’era una lunghezza estenuante: a questo giro, otto pezzi per quaranta minuti di durata appena sfiorati, a mostrare un’urgenza e una forza espressiva decisamente rinnovate.
Un ottimo e inatteso ritorno, insomma, che consigliamo in particolare a chi ha sempre avuto perplessità sul valore di questa seminale, ma spesso irrisolta, band.
