LA STANZA DELLE MASCHERE – La Stanza Delle Maschere

Pubblicato il 08/12/2020 da
voto
8.0

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Il nostro paese ha da sempre avuto un rapporto peculiare con l’horror: arrivato da noi in ritardo, forse a causa di un retroterra culturale ed ambientale ostile (siamo pur sempre la ‘terra del sole e della poesia’) e per la mancanza di una letteratura popolare specifica, il genere ha poi seguito un cammino differente da qualsiasi altra nazione. In particolare, laddove l’elemento fantastico era, ai tempi, il perno attorno al quale ruotava il cinema del terrore, in Italia si è privilegiato un approccio legato all’umano, alla psicologia, fonte di ogni crudeltà e mostruosità; ciò ha permesso a registi come Mario Bava, Lucio Fulci, Dario Argento e Pupi Avati di dare vita ad un vero e proprio filone, il gotico italiano, sicuramente debitore di un certo tipo di letteratura (H. P. Lovecraft e E. A. Poe su tutti), ma personale e riconoscibile. Parallelamente, è nato anche un genere musicale che aveva l’ambizione di fare da colonna sonora a questi film: a band come i Goblin, autori di soundtrack reali, si affiancavano musicisti come Antonio Bartoccetti che, contemporaneamente a band straniere quali Coven e Black Widow, si potevano fregiare del ruolo di precursori dell’esoterismo messo in musica, fungendo da apripista per generazioni di artisti che negli anni a venire avrebbero imparato e rielaborato questa lezione.
La Stanza Delle Maschere, pur essendo nata più o meno quarant’anni dopo quel ruggente periodo, sembra essere totalmente immersa in quelle ambientazioni e in quelle sonorità. L’esordio su genovese Black Widow (storica etichetta da sempre attenta al genere) è, infatti, un dichiarato omaggio all’horror italiano ed ai suoi protagonisti, in senso lato: si va da “La Casa Dalle Finestre Che Ridono” e “Zeder” (thriller di Pupi Avati del 1976 e del 1983) a “Sette Note In Nero” (dedicata a Lucio e Camilla Fulci) ma ci sono anche storie, sempre inquietanti e morbose che, pur nascendo dalla penna dei cinque musicisti, sembrano inserirsi perfettamente nel mood; tra queste, merita sicuramente una citazione la terrificante “Il Vecchio Teatro”, un racconto che sembra per davvero uscito da un libro di Poe, con quella sua atmosfera carica di zolfo. Il linguaggio sonoro utilizzato è abbastanza variegato, ma sempre legato ad un passato più o meno remoto: un ossianico doom si alterna ad un dark sound guidato da spettrali tastiere e ad una psichedelia immersa nel prog degli anni ’70, in un calderone musicale che unisce band come quella di Claudio Simonetti e Il Segno Del Comando, per citare riferimenti legati alla scena. La narrazione è affidata ad una voce recitata, in stile Jacula, o una sorta di Massimo Volume provenienti dall’inferno, affiancata talvolta dal canto e dai cori di Tiziana Radis (Secret Tales). L’unico brano che si discosta dal resto dell’album è “Milano Calibro 9”: come si può intuire dal titolo, sempre di un omaggio al cinema italiano si tratta (a Ferdinando Di Leo, Gastone Moschin e Luis Bacalov, citati nel libretto), ma questa volta siamo dalle parti del poliziesco e di Scerbanenco, con atmosfere alla Calibro 35, impreziosite da un assolo blueseggiante eseguito da Alexander Scardavian, special guest legato in passato ad entrambe le figure storiche dei Death SS (e qui si chiude veramente il cerchio intorno all’orrore nazionale). Un lavoro disturbante e allo stesso tempo carico di passione.

TRACKLIST

  1. Introduzione (Ritorno Dal Passato )
  2. L'Alchimista Scultore
  3. La Casa Dalle Finestre Che Ridono
  4. Il Vecchio Teatro
  5. Sette Note In Nero
  6. Presenza
  7. Veneficio Lunare
  8. Milano Calibro 9 (Medley)
  9. Zeder
  10. La Stanza Delle Maschere
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