8.0
- Band: LAMB OF GOD
- Durata: 00:39:17
- Disponibile dal: 13/03/2026
- Etichetta:
- Century Media Records
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Che piaccia o meno i Lamb of God, nel primo decennio degli anni 2000, sono stati un gruppo fondamentale che ha scritto la cosiddetta New Wave of American Heavy metal, una delle poche band abbastanza coraggiose, intelligenti e distintive da essere in grado di scrivere classici che si sono imposti universalmente come “As the Palaces Burn” (2003), “Ashes of the Wake” (2004) e “Sacrament” (2006).
Essere pubblicizzati come ‘i nuovi Pantera’ è letteralmente un calice avvelenato per qualsiasi band, ma i Lamb of God lo hanno bevuto in un sorso e senza battere ciglio, guadagnando quel numero di fedelissimi capace di dare a una band una sorta di immortalità artistica, quelle dimensioni imponenti (tremila/seimila spettatori per data) che solo dei fuoriclasse possono mantenere per un ventennio.
Dopo i cosiddetti classici, con “Wrath” (2009) il quintetto ha raffinato la propria produzione incorporando più melodia e complessità ritmica, mentre nei dischi successivi come “Resolution” (2012) e l’omonimo “Lamb of God” (2020) ha esplorato territori più personali e sperimentali, lasciando venire a galla melodia ed influenze hardcore punk. Là in mezzo c’è stato un “VII: Sturm und Drang” (2015) che rappresenta un esplosivo capitolo a parte, un ritorno dirompente dopo un momento di difficoltà (lo stop per le accuse di omicidio colposo a Blythe).
Arrivando al recente “Omens” (2022) troviamo una band praticamente intoccabile, che non ha fatto evidenti passi falsi in carriera e si è mantenuta sempre ad un livello superiore rispetto alla concorrenza. In questo modo “Into Oblivion” prosegue non troppo distante dal disco precedente, con la libertà artistica di una band di esperienza e la consapevolezza chi sa di non dover dimostrare niente a nessuno.
Il refresh estetico, con l’addio al logo in simil-Papyrus, segna l’effettiva entrata dei Lamb of God nella temutissima fase in cui una band di veterani, che ha la propria setlist scolpita nella pietra per l’80% e realisticamente potrebbe anche smettere di pubblicare dischi, comincia a concepire pubblicazioni simil-greatest hits, con tracklist molto eterogenee e brani che sembrano far riferimento a fasi diverse della propria lunga carriera.
La schifezza è dietro l’angolo, ma di nuovo Blythe e soci si divertono a disintegrare le futili preoccupazioni dimostrando ancora una volta che la parola ‘inutile’ non può assolutamente essere associata alla formazione di “Richmond ‘motherfucking’ Virginia”.
Se c’è una cosa irrinunciabile in ogni disco dei LOG è senz’ombra di dubbio la dose di brani che si rifanno a quel marchio di fabbrica fatto di aggressività viscerale, precisione ritmica e capacità di fondere elementi thrash, hardcore e death metal in strutture groove metal, con quei riff di casa Mark Morton/Willie Adler immediatamente riconoscibili che uniscono tecnica ed immediatezza. “Into Oblivion”, “The Killing Floor” e “St. Catherine’s Wheel” sono irresistibili da questo punto di vista, ma “Parasocial Christ” è una vera e propria chicca che merita di essere annoverata tra i brani indimenticabili del gruppo.
La vena punk hardcore emerge in episodi quali “Sepsis” e “Blunt Force Blues”, brani che hanno comunque svolgimenti particolari e sezioni introspettive.
C’è poi quel lato più melodico ed epico, con elementi sperimentali, che riesce ad essere incarnato oggi con più disinvoltura, senza rotture evidenti con la storia del gruppo e col resto della tracklist: “El Vacío” incorpora il cantato melodico in maniera naturale e riuscita, “A Thousand Years” e “Devise/Destroy” spingono sul lato epico ed abrasivo, “Bully” si fa densa e sperimentale.
Obbligatorio incensare anche Art Cruz, che si è integrato perfettamente nella band col suo stile più umano e dinamico di quello di Chris Adler, riuscendo però a mantenere i pattern complessi e distintivi degli album più conosciuti del gruppo, supportato dal basso di John Campbell. Anche Blythe è il solito cinico lucido e bastardo nei testi (potete farvi un’idea in proposito nel nostro track-by-track), dimensione che nei LOG è bello esplorare.
Canzoni dal sound familiare concepite con standard elevatissimi, variazioni sul tema, salti verso i momenti più significativi in discografia e un pizzico di sperimentazione sono incasellati in un flusso dinamico che rimane sapientemente vario e diversificato senza momenti disomogenei e di stacco. Ogni brano inoltre, in questo periodo in cui molti fruiscono la musica in maniera decontestualizzata, sta assolutamente in piedi da solo anche se infilato in una qualsiasi playlist.
Coerenza, equilibrio, intensità rimanendo fedeli alla propria identità e al proprio sound distintivo: i Lamb of God sono una macchina perfettamente oliata in sfida esclusivamente con se stessa.
“Into Oblivion” manderà nuovamente in estasi i fan, per cui ogni disco di questa band è semplicemente un evento, anche con quella punta di amarezza verso un’entità semplicemente troppo grande e di successo per suonare in Italia, un paese che da sempre li sottovaluta.
