7.0
- Band: LAMP OF MURMUUR
- Durata: 00:53:16
- Disponibile dal: 14/11/2025
- Etichetta:
- Wolves Of Hades
In poco più di cinque anni di carriera, i Lamp Of Murmuur del misterioso M. – unico compositore e membro ufficiale della band (almeno in studio) si sono fatti notare, dividendo un po’ il pubblico tra chi esalta in loro una punta di diamante del ‘nuovo’ black metal, e chi gli riconosce indubbio valore musicale, ma qualche pulsione citazionista di troppo.
Per gli appartenenti al secondo gruppo, sicuramente questo quarto disco è un buon salto in termini di affrancamento dall’ombra, a volte smaccata, degli Immortal, a favore di un sound più elaborato; al tempo stesso, compaiono molti altri elementi che, a nostro avviso, smorzano l’aura di originalità della band americana. Fin dal primo brano, una intro strumentale, si nota la sempre più crescente presenza di tastiere – in varia forma – e la stratificazione degli strumenti, sebbene si possano individuare abbastanza facilmente, nel seguito, due distinti blocchi di brani.
Nella prima parte, da “Forest Of Hallucinations” a “Reincarnation Of A Witch”, siamo comunque ancora dalle parti di un black metal parzialmente debitore delle atmosfere innevate degli Immortal, specie nel cantato prevalentemente atonale; il tutto, tuttavia, massicciamente filtrato attraverso la componente sinfonica, parimenti debitrice di Dimmu Borgir e primi Kovenant (quindi, a ben vedere, ancora con la C iniziale…) nell’uso delle tastiere.
Sono brani dai riff massicci, circolari e ipnotici, che colpiscono nel segno nonostante un certo déjà-vu generale; ad esempio, “Angelic Vortex”, il secondo strumentale, nonostante la complessiva delicatezza, fa intuire il desiderio di spingere l’acceleratore verso le orchestrazioni e da lì in poi tutto diventa estremamente bombastico. E, al di là dell’abrasività tipica di certi suoni e soluzioni pur sempre afferenti all’ambito black metal, va a sparire la componente più selvaggia e vecchia scuola.
Il fulcro di questo differente taglio è la trilogia di brani che, oltre a dar titolo al disco, ne occupa quasi metà: una suite sinfonica e pomposa, in cui le tre sezioni hanno anche anime differenti.
Si parte con un andamento esaltante nel primo brano, ove compaiono anche il cantato pulito e un assolo decisamente classic metal, con qualche richiamo – inevitabile, agli ultimi Emperor. La seconda parte è più intimista, punteggiata da arpeggi e sensazioni prog rock nel suono struggente delle chitarre e nel muro di suono della seconda parte, non privo di echi che giungono persino a certe produzioni di Steven Wilson. Il terzo segmento torna incalzante, con una delle linee vocali più violente e cavernose dell’intero disco; non rinuncia tuttavia a un oscuro fascino melodico, anche grazie al contrappunto con tastiere rètro, che suonano a tratti simili a spinette settecentesche, e cori leggermente pacchiani (à la Dimmu Borgir era Vortex, per intenderci).
La conclusiva “A Brute Angel Sorrow” sposta ulteriormente avanti la ricerca, andando a pescare senza mezzi termini in campo neofolk; è un brano acustico e struggente, in cui vocalmente M. tocca uno dei suoi apici di potenza evocativa, e chissà se si tratta di un ponte verso una direzione musicale completamente nuova, nel futuro della band.
Nulla da eccepire, insomma, a livello complessivo, ma al tempo stesso ci resta la sensazione di un buon compitino plasticoso. Certi degli strali che ci tireremo addosso, ci viene in mente un solo paragone: i Lamp Of Murmuur stanno offrendo un servizio di avvicinamento al black metal similare a quanto compiuto trent’anni fa dai Children Of Bodom in ambito death.
Nulla di male, ben venga chi si appassiona grazie a suoni e soluzioni più luccicanti e mainstream, ma preferiamo cercare il futuro del genere in “The Underground Resistance”, per citare una nota band.
