6.0
- Band: LAST RETCH
- Durata: 00:27:39
- Disponibile dal: 26/09/2025
- Etichetta:
- Time To Kill Records
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“Abject Cruelty” è il secondo album dei canadesi Last Retch, in uscita per l’etichetta italiana Time To Kill Records. Stiamo parlando di una formazione abbastanza proficua, visto che in quattro anni di attività il quintetto proveniente dalla provincia dell’Ontario ha fatto uscire due full-length, un demo e tre singoli.
Come si può intuire dal nome della band e dal titolo del disco, siamo al cospetto di una formazione dedita a un classico death metal di matrice americana, fortemente influenzato dalla scena degli anni Novanta. Dunque, se vi piacciono i dischi con zero originalità, pochi fronzoli, suoni corposi e tanta sostanza, “Abject Cruelty” può fare al caso vostro. La durata non spaventa per niente: otto tracce per poco meno di mezz’ora che scorrono via senza intoppi.
Il punto di riferimento principale sono gli Obituary, a cui i Last Retch pagano dazio sia a livello di composizioni sia di strutture, con tanti passaggi lenti e cadenzati impreziositi da un efficace binomio tra riff in tremolo e ritmiche in doppia cassa. Non si pesca solo in Florida, ma si guarda anche all’Inghilterra e in modo particolare allo stile della sei corde di Barry Baz Thomson, con numerose melodie che prendono spunto dai classici riff di casa Bolt Thrower, sempre supportati da un possente tappeto di cavalcate in doppia cassa.
Purtroppo non si spinge molto sull’acceleratore: infatti le sfuriate in blastbeat, oltre a soffrire a livello di intensità di esecuzione, non sono mai abusate e fungono più da riempitivo che da base ritmica costante. Ecco, qui qualcosa da rivedere e ripensare c’è, in modo particolare sui tempi più aggressivi e veloci, perché nel 2025 non è concepibile ascoltare un blastbeat così leggero e privo di incisività; convincono, invece, i passaggi in d-beat che ricordano la scuola inglese di Desecrator, Cancer e Benediction.
Per il resto, il disco si lascia ascoltare senza impressionare, ma può essere senza dubbio definito un discreto clone delle proposte più semplici e tradizionali di metà anni Novanta. La voce segue maggiormente la scia di Karl Willetts con tonalità profonde e gutturali rispetto all’approccio più ruvido tipico di John Tardy.
Promossa a pieni voti la produzione, mentre il disegno in copertina di Brad Moore va un po’ a gusti, soprattutto per i colori eccessivamente vivaci e il tratto troppo fumettistico per un disco death metal.
Tirando le somme, “Abject Cruelty” è un album senza infamia e senza lode, l’ennesimo lavoro di una band che si dà l’obiettivo e si sforza di ripetere la lezione del passato, ma che alla fine incappa in qualche ingenuità di troppo.
