LENORE S. FINGERS – Inner Tales

Pubblicato il 24/03/2014 da
voto
7.0
  • Band: LENORE S. FINGERS
  • Durata: 34:29
  • Disponibile dal: 24/02/2014
  • Etichetta: My Kingdom Music
  • Distributore: Audioglobe

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Gli orfani dei vecchi Lacuna Coil e The Gathering, quelli del periodo prettamente gothic metal, farebbero bene ad avvicinarsi a questi Lenore S. Fingers. Calabresi, con un monicker che segnala erudizione in campo fumettistico e un comparto lirico tracciante un poetico filo rosso tra tutte le canzoni, il quintetto potrebbe far dimenticare a una folta schiera di fan la delusione per le svolte stilistiche dei propri beniamini, e convincerli a lasciarsi trascinare verso nuove realtà come questa, che interpretano la materia dark/gotica con aderenza ai canoni originari e una personalità già sufficientemente sviluppata. Il nome  del gruppo prende spunto in parte (“Lenore”) dal fumetto di Roman Dirge “La Dolce Bambina Morta”, per l’altra metà (“S. Fingers”) dalla serie animata in Flash “Salad Fingers”, ideata da David Firth e divenuta un vero e proprio oggetto di culto tra gli internauti. Le dichiarate influenze per Type O Negative, Antimatter, Anathema, Katatonia, si riflettono in un lotto di canzoni in cui il sentimento dominante è la malinconia, una sorta di seconda pelle per la protagonista delle lyrics, una ragazza sola immersa in un fragile presente in cui lo sguardo sul passato è troppo doloroso, e quello sul futuro fonte di insicurezze e di timori per l’avvento di nuovi drammi. Su questo equilibrio niente affatto stabile i Nostri allestiscono tracce dai solidi retaggi metal, ingentilite dalla voce sicura e cristallina di Federica Lenore Catalano, tirate a lucido da un occhio attento agli arrangiamenti e alla briosità ritmica. La spinta all’etereo è bilanciata da un chitarrismo grintoso, dove la chitarra classica e gli arpeggi introducono alle ambientazioni più soffuse e tristemente incantate e spesso vanno a nozze con le partiture distorte, smorzandone i toni. Tastiere e synth svolgono la funzione di aumentare la percezione degli stati d’animo evocati, si manifestano nel ruolo di attori non protagonisti per argomentare sui temi del dolore, della tristezza, di un male di vivere latente negli effetti ma incapace di aprirsi alla gioia. Se avessero spinto verso il pessimismo cosmico, ci troveremmo fatalmente in ambiti più estremi, mentre i Lenore S. Fingers hanno preferito limitarsi a una elegante e compunta rappresentazione dei dibattimenti nell’animo di un essere umano ferito, insicuro, ma non disperato. “The Last Dawn”, dopo l’intro “Inner Tales”, apre all’insegna del raccoglimento, setose tastiere prendono per mano un arpeggio molto tenue e introducono ai vocalizzi aggraziati di Lenore, portandoci a sospirare intristiti in un prato autunnale, con la vegetazione sfiorita e i cattivi pensieri che si ammassano in testa. Segue su registri più infiammati “Victoria”, dove fa capolino una voce maschile per un piccolo duetto con Lenore: qua i Lacuna Coil sono più di un presagio, e affermiamo tranquillamente che  in “Karmacode” una traccia del genere ci sarebbe stata benissimo. La singer ci attira con una voce mai ruvida e che diventa sottile, diremmo bambinesca, quando deve narrare sentimenti particolarmente delicati. “Cry Of Mankind” risente di un clima tipicamente gothic metal, è più dilatata e vellutata nello sviluppo in mid-tempo e vede le tastiere salire in cattedra e andare a braccetto con la chitarra classica in un connubio che, ormai suona evidente, è uno dei marchi di fabbrica dei Lenore S. Fingers. “To The Path Of Loss” si annuncia come una ballad rarefatta, ma poi si accende, e prosegue brillante, vi si nota una cura delle dinamiche pronunciata, si sente che i ragazzi hanno fatto di tutto per far assaporare leggiadria e raffinatezza senza scivolare eccessivamente nell’etereo. In questo caso è comunque il piano a tirare le fila, a seconda del brano si tende a mettere in luce uno strumento più di un altro, e a basarsi su quello per la linea guida del brano. Nella tracce successive affiora un po’ di prevedibilità, più che altro a livello dei refrain, poco graffianti, mente la costruzione delle canzoni rimane su livelli soddisfacenti: arrivano infatti alcune buone intuizioni, quali lo stacco di tastiere dal sapore filmico che porta “Song To Eros” dalla ballata romantica al trascinante finale metallico, o le alternanze tra scosse elettriche e contrappunti arpeggiati di “Doom”, che fanno toccare con mano l’andirivieni tra amarezza e tenui barlumi di speranza nella testa della signorina ritratta sulla cover di “Inner Tales”. Si può dire infine che i Lenore S. Fingers sono partiti con il piede giusto, possiamo solo consigliare loro di mettere un po’ più di vigore in alcuni passaggi, di variare maggiormente le scelte melodiche e ritagliare ancora più spazio a synth e tastiere, perché sanno come usarle. Detto ciò, questo è un esordio che speriamo non rimanga un caso isolato e possa entrare nelle playlist dei metaller di più morbide vedute.

TRACKLIST

  1. Inner Tales
  2. The Last Dawn
  3. Victoria
  4. Cry Of Mankind
  5. To The Path Of Loss
  6. Song To Eros
  7. Doom
  8. The Calling Tree
  9. An Aching Soul
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