LESBIAN – Forestelevision

Pubblicato il 25/06/2013 da
voto
8.0
  • Band: LESBIAN
  • Durata: 00:44:11
  • Disponibile dal: 25/06/2013
  • Etichetta:
  • Translation Loss

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Allacciate le cinture, rilassatevi, mettetevi comodi e fate un respiro profondo. Sta per iniziare un viaggio nel cosmo più lontano e profondo che difficilmente dimenticherete. Se con il primo lavoro “Power Hor” e con il secondo capolavoro assoluto “Stratospheria Cubensis” (per la cronca, superiore al lavoro presente solo per gli elementi di familairità e coesione che possiede) i Lesbian rimanevano, seppur in maniera vacillante vista la loro personalità musicale completamente fuori dalle righe, ancora ben ancorati ai mondi riconoscibili e rintracciabili del (prog) metal, con questo nuovo, terzo, “Forestelevision” i nostri si sono invece lasciati andare ad un delirio musicale pressochè totale in cui non è rintracciabile nulla di familiare, se non il genio di questa band che avevamo già toccato con mano nei capitoli precedenti, ma che in questa sede assume quasi i connotati dell’assurdo e riesce anche a lambire i lidi dell’inconoscibile nella migliore delle ipotesi, ma molto più spesso dell’incomprensibile vero e proprio. Semplicemente, questo nuovo lavoro del barbuto quartetto di Seattle è un trip totale. Un’opera che non si potrebbe mai nè capire nè intepretare se scollegata dal suo indissolubile mondo di riferimento, ovvero quello degli stati di alterazione più profondi e radicali che si possono concepire e che solo certe sostanze allucinogene possono provocare. Spiace quasi dirlo, ma questo lavoro è letteralmente intossicato dalle droghe psicoattive: non c’è altro modo per spiegare la distorsione e la deformazione dimensionale quale è sottoposto e che a sua volta questo riesce a veicolare. Lasciamo perdere l’inqualificabile e ridicolo format che ospita il disco – quaranta e passa minuti per una sola traccia – scelta logistica che si commenta da sola, e passiamo piuttosto all’ardua e tragicomica descrizione della musica, o tentativo di descriverla, termine che appare molto più appropriato, umile e realistico e molto meno pretenzioso al cospetto di una tale assurdità musicale. Il lavoro si apre con una sorta di allagamento funeral doom comatoso e putrefatto che può ricordare senza grosse forzature certi momenti di “Embrace The Empitiness” degli Evoken degli esordi, quelli meno strutturati e stratificati, come anche i Corrupted o certe cose dei Moss. Insomma, il disco inizia subito all’insegna della dilatazione e della vastità più totale trasmettendo da subito un agghiacciante senso di smarrimento e di sconforto. Passano una decina di minuti in una tale mortifera sospensione (accompagnata giustamente da vocioni tombali e da ritmiche al limite della morte di ogni movimento) che la percezione spazio temporale comincia a deformarsi, gli assi di ogni equilibrio sensoriale si spostano, le angolature di osservazione mutano e tutto comincia a diventare tremendamente imprevedibile, storto, ambiguo, strambo ed obliquo. A questo punto i Lesbian cominciano a svegliarci dallo strano torpore nel quale ci hanno indotti in apertura per proiettarci in una avventura sonora incredibile e senza ritorno. Nel giro di secondi, di due accordi, di una nota, i quattro sono in grado di trasformare il giorno in notte, il nero in bianco e l’estate in inverno. Trasformare strambissime cavalcate funk-space rock in agghiaccianti passaggi black metal per i Lesbian è giusto una questione di secondi. Presa la mira, per i Nostri poi centrare un bersaglio minuscolo, impossibile e distante chilometri è solo una formalità. Presenti nel loro sound ben più che in passato sono inoltre archi, tastiere, synth e arrangiamenti vocali surreali che ricordano molto da vicino le peripezie neo-prog degli ultimi Mastodon, soprattutto quelli degli ultimi tre lavori dominati da cavalcate heavy-psych inarrestabili, da una perizia tecnica disumana e da sovrapposizioni vocali tragicomiche e teatralissime. Ma i Lesbian fanno il tutto con un atteggiamento molto meno mainstream rispetto ai Mastodon e ben più strambo e ostico da capire in primis e da digerire poi, ma mai privo di una esaltazione compositiva e creativa insuperabile e completamente geniale – se si riesce anche vagamente a seguirne la traiettoria assurda. La maggior parte del blocco centrale del lavoro – parliamo di quasi una ventina di minuti – è dominato da questa furia mutante e cangiante che i Lesbian hanno tradotto stupendamente in una evocatività musicale visionaria e incredibilmente avventurosa ed epica. Black metal, sludge, psichedelia liquefattissima, orchestrazioni di archi e tastiere degne dei Dead Can Dance, kraut rock, stoner, doom e progressive rock d’annata formano una sorta di super-cella musicale. Un uragano sonoro immane e inarrestabile che vede i vari generi che la band riesce con facilità incredibile a sottomettere e usare a proprio vantaggio avvicendarsi, alternarsi e sovapporsi come le spire concentriche di una tempesta, appunto; tutte convogliate verso un centro scuro e inconoscibile, verso un occhio centrale che solo nel finale verrà svelato. L’intensità a tratti diventa soffocante e il loro assurdo disegno musicale molto difficile da seguire, ma l’avventurismo e la perizia dei Nostri nel raccontare la loro visionaria storia sonora sono tali che non riusciamo neanche per un secondo a staccare l’orecchio dal lavoro per vedere cosa ci tirano fuori il secondo successivo. Con venti minuti in cui i Nostri sono dunque riusciti ad evocare, citare, riprodurre e materializzare in un solo flusso sonoro sia i Black Sabbath, che gli Emperor, che gli Hawkwind, che gli Yob, che i Faust, che i Tangerine Dream e i Goblin, che gli Slayer e i Dissection, il disco comincia poi letteralmente a cadere a pezzi negli ultimi dieci minuti. I Nostri perdono il senno completamente nel finale e partono per una tangente sitlistica incomprensibile, disintegrando tutto e buttandosi a capofitto in una allucinazione sonora strambissima. Tutto si placa lasciando spazio ad uno spettacolo auditivo quasi “circense”, aperto da un arpeggio di chitarra geniale che ricorda moltissimo i Red Sparowes, dal forte piglio shoegaze e post rock. L’arpeggio respira e si fluidifica per poi implodere in un tripudio di pianoforti e cori incredibile. Qualcosa che mai ci si potrebbe aspettare da una metal band e che invece potrebbe benissimo provenire dalla colonna sonora di un epico storico curato da Ennio Morricone. Sembra di sentire gli Om, i Grails o perfino i Master Musicians Of Bukkake essere spinti in un acceleratore di particelle e venire centrifugati in un iperspazio incredibile e fottutamente avventuroso ed avvincente. Ecco, non ci saremmo mai sognati di definire un album metal in questo modo, ma “Forestelevision” è un fottuto trip, un’avventura indimenticabile. Una maledettisima odissea musicale che può essere spiegata con un solo concetto essenziale: genio inarrivabile, e null’altro.

TRACKLIST

  1. Forestelevision
4 commenti
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