6.0
- Band: LETA
- Durata: 00:37:00
- Disponibile dal: 28/05/2025
- Etichetta:
- Ivar Records
Nati nel 2016 da un manipolo di musicisti già impegnati nell’underground nostrano, i salentini Leta tornano sulle scene con un EP, “The Black Cat”, che rappresenta la naturale evoluzione di quanto presentato nel loro album d’esordio, “Condemned To Flames” (2021). I Leta definiscono questo lavoro come un EP, perché composto da quattro canzoni, ma la durata di trentasette minuti lo avvicina tranquillamente alla dimensione del full-length.
Come si può facilmente dedurre, quindi, le quattro tracce di “The Black Cat” sono piuttosto lunghe e permettono alla band di affondare ancora di più le proprie radici nel pastoso humus del doom settantiano, quello figlio dei Black Sabbath, che non disdegna però il piacere di sconfinare nell’heavy psych.
Entrando più nel dettaglio, l’EP si apre con la title-track, a nostro parere il brano più riuscito, grazie ad una buona alternanza tra passaggi rallentati e plumbei, e momenti in cui il riffing si fa decisamente più rabbioso e martellante. “Around YOU, Inside YOU”, invece, abbandona parzialmente l’impatto della distorsione, per lasciarsi andare invece al naufragare lisergico della psichedelia, con il basso di Gabriele Tarantino e la chitarra di Ilario Suppressa a disegnare paesaggi sonori più rarefatti, con risultati decisamente positivi.
I due brani restanti, invece, rappresentano un po’ gli estremi stilistici della proposta dei Leta: “Lame” è una composizione molto lunga, sui tredici minuti di durata, che imbocca la strada del doom più cupo e ossessivo, con tempi rallentati ed una progressione lenta che si costruisce un po’ per volta in un ipotetico crescendo. Purtroppo, in questo caso, ci sembra che l’obiettivo sia stato raggiunto solo parzialmente, con un tessuto musicale che sì, sa essere minaccioso e opprimente, ma che non riesce a restituire sufficiente dinamismo da rendere fruibile una massa sonora così importante. “Freedom”, al contrario, con i suoi cinque minuti di durata è senza dubbio il momento più veloce e diretto dell’EP.
In generale, gli arrangiamenti proposti dalla band sono convincenti, magari un po’ derivativi e molto classici, ma funzionali al risultato finale.
Quello che, a nostro parere, inficia molto la resa delle canzoni, invece, è la prova vocale di Giacomo Albanese: il cantante utilizza quasi sempre delle linee vocali anomale, poco incisive, che mal si amalgamano con la trama musicale, e che finiscono per rendere meno efficace l’intera composizione. Ci dispiace sottolineare questo aspetto, perché ci sembra che quella di Albanese sia una scelta stilistica, e non una mancanza di capacità vocali o interpretative. A nostro parere la sua è la volontà di uscire dal seminato di tanti altri cantanti, cercando uno stile che possa essere personale pur in un contesto così classico. Purtroppo, non siamo riusciti a condividere questa scelta e siamo convinti che un uso anche più convenzionale della voce avrebbe giovato al risultato finale.
Soppesando, quindi, ciò che ci ha convinto con alcune perplessità emerse, per il momento ci assestiamo su una valutazione interlocutoria, che non vuole sicuramente penalizzare una realtà interessante, ma che lascia ampio margine di miglioramento in un percorso che, almeno da quanto ascoltato in questo EP, deve ancora trovare il proprio equilibrio.
