LISA CUTHBERT – Hextapes

Pubblicato il 22/01/2018 da
voto
7.5
  • Band: LISA CUTHBERT
  • Durata: 00:37:47
  • Disponibile dal: 25/08/2017
  • Etichetta: Iron Bonehead Prod.
  • Distributore:

Vi sono in circolazione cantautrici che sanno soffocare sotto tonnellate di densa oscurità meglio di tanto metal estremo. Il malessere che inducono, lo sconforto suscitato, sono così persistenti che si guarda alla finestra aspettandosi di veder salire la nebbia o diluviare, anche se fino a un attimo prima il cielo era limpido e il clima mite. Lisa Cuthbert appartiene a questa categoria di propinatrici di grevi malinconie: vanta collaborazioni con The Sisters Of Mercy, Draconian, Duncan Patterson e l’apprezzamento convinto di Tom Gabriel Warrior e Andrew Eldritch tra gli altri. “Hextapes”, registrato presso gli studi personali della cantante di origine irlandese (vive da tempo a Berlino), riluce della fioca luce di un minimalismo ruvido e afflitto, comprendente anche sample ottenuti registrando il suono della pioggia battente sui vetri o il rumore di un forte vento. Volutamente scarno, poeticamente tetro, “Hextapes” si apre in “Killing Fields” su un drone screpolato, nascondente velate sinfonie; in primo piano, la Cuthbert strascica pochi versi, intersecandoli ad altre linee vocali più sullo sfondo, che appaiono e scompaiono come fossero fantasmi. L’energia vitale è prossima al coma e sale solo di poco durante “The Host Want A Parasite”, quando compaiono secchi colpi di batteria, un flauto rubato ai nativi americani e una chitarra slabbrata, appena uscita dal fango, ripete all’infinito lo stesso giro. I vocalizzi tendono alla ciclicità, le note sono tenute a lungo e non appaiono guizzi o scatti emotivi: lo sconsolamento, etereo e bellissimo, regna sovrano. Nel segno del funereo si propaga, emanante una solitudine dolorosissima, “Under The Stars”, anch’essa imperniata su un numero minimo di note. Il suono è disturbato, quasi che le parti strumentali fossero state incise su una vecchia cassetta, in condizioni precarie, e solo la voce avesse goduto di una certa cura. Rintocchi di tamburello riempiono il silenzio, lamenti emergono e subito si zittiscono, impossibile sfuggire da un buio così uniforme. Un vecchio, ammaccato sintetizzatore regge le fila di “Eye”, che prevede un ricorso massiccio a effetti e filtri vocali. Al timbro marcatamente dark, la Cuthbert aggiunge un attento lavoro di manipolazione e usa le tastiere per contornare, oppure invadere e minacciare, la sua intristita vocalità. “Will” intrappola in un roveto pianistico assolutamente tetro, un intermezzo strumentale che non spezza la tensione e introduce la lunga “Effigy”. Il basso rimbomba mettendo in seconda fila un tenue arpeggio di chitarra, mentre i sussurri si fanno flebili, semplici respiri che intrappolano parole appena distinguibili. Ci vuole una sensibilità rara per toccare il cuore con mezzi in apparenza così modesti, inserendo il vento come un vero e proprio elemento di arrangiamento e non solo quale vezzoso contorno. “Pillar” è un commiato funebre, di quelli che portano a lacrimare anche le statue, giocato interamente su un riverbero di tastiere figlio della coldwave più rassegnata. Nei vuoti lasciati da voce e synth, il silenzio assume la consistenza di una spessa lapide. Percussioni etniche di tocco contenuto, educatissimo, sospingono “Hands Clean” a una minima vitalità, gli archi affiancano un pianoforte severo e donano un pizzico di ariosità per la prima volta al disco. Nessuna luce a squarciare le nubi, solo una dinamica più aperta, che ci introduce a un altro lato del poliedrico stile di quest’artista. Con qualche chitarra elettrica in più, saremmo finiti nei territori di certo dark-doom molto crepuscolare, veicolo di umori simili a quelli comunicati da “Hextapes”. Pertanto, non ci stupiremmo di vedere a breve la Cuthbert in qualche kermesse propriamente metal: quanto a cupezza, può battagliare con chiunque.

TRACKLIST

  1. Killing Fields
  2. The Host Wants A Parasite
  3. Under The Stars
  4. Eye
  5. Will
  6. Effigy
  7. Pillar
  8. Hands Clean
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