7.0
- Band: LITANIA
- Durata: 00:37:52
- Disponibile dal: 10/10/2025
- Etichetta:
- Heavy Psych Sounds
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Elisa De Munari, meglio nota come Elli De Mon, scrittrice e musicista poliedrica con un diploma in contrabbasso e la passione per la world music, è alla guida di un quartetto formato da membri di Ornaments, Art Of Wind e The Black Heart Procession, che ha adottato con una certa lungimiranza il moniker di Litania.
Nato nel 2024, l’ensemble italo-serbo esordisce ora su Heavy Psych Sounds con otto brani di hindustan psych, un blend di musica indiana, psichedelia, stoner e doom.
Nel caso vi fosse venuto in mente il “film cecoslovacco, ma con sottotitoli in tedesco” di fantozziana memoria, siete perdonati, ma le commistioni tra tradizioni etniche e metal non dovrebbero sorprendervi, dati i precedenti (dai Sepultura ai Cult Of Fire, fino ai più recenti Ch’ahom e Arkhaaik, solo per citarne alcuni).
All’interno di questo debutto omonimo, comunque, la proposta musicale è sicuramente meno estrema degli esempi sopracitati, con Elisa De Munari che mette da parte l’affascinante tono da murder ballads che la contraddistingue nei suoi altri progetti, per intonare con voce eterea otto differenti raga indiani (particolari strutture della musica classica indiana).
Intorno a lei si muovono, con passo pesante, accordi ribassati provenienti dalla Joshua Tree californiana (“Ghunghru”), la avvolgono passaggi doom mutuati dai Cathedral più prog (“Veil Of Illusion”) oppure viene evocato il fantasma del Paul Chain di “Alkahest” (“Manasi Devi”).
In fondo, ciò che rende Litania problematico non è tanto l’ascolto, quanto la descrizione stessa dell’ascolto: vengono in mente i Soundgarden, nelle rare volte in cui Ben Shepherd si assumeva l’onere della scrittura (“Bound”), oppure, nei momenti più dilatati, i Samsara Blues Experiment. Ma in generale il tono rimane quello di una jam session in cui i musicisti si accorgono progressivamente che gli elementi a loro disposizione non sono poi tanto immiscibili (come già sapevano i Led Zeppelin).
Proprio per questo motivo, e anche per la struttura stessa dei raga, è difficile mantenere alta l’attenzione su disco, per un tipo di musica che ha decisamente maggiore presa on stage, nonostante qualche pregevole eccezione, come i pezzi citati poc’anzi e il numero à la Kyuss di “Jamuniya”. Per ora, in attesa di vederli dal vivo, dove potrebbero essere un’esperienza formidabile, la valutazione rimane prudente.
