7.0
- Band: LIVE BURIAL
- Durata: 00:47:08
- Disponibile dal: 23/09/2022
- Etichetta:
- Transcending Obscurity
Terzo full-length per gli inglesi Live Burial, a due anni di distanza da quel “Unending Futility” che, oltre a sancirne l’ingresso nel roster Transcending Obscurity, ce ne aveva fatto scoprire la competenza in materia di death metal ruvido e tradizionale. Un suono che, ancora una volta, evita di ricalcare pedissequamente un filone specifico (come invece da prassi per molte altre band nostalgiche), sposando un approccio più libero e vivace, ben rappresentato dai toni sgargianti dell’artwork. Ascoltando queste sette nuove tracce, quasi ci si immagina il quintetto di New Castle seduto sul pavimento della propria camera, assorto nell’ennesima full immersion a base di vecchi classici degli anni Ottanta/Novanta, e successivamente intento a correre in studio di registrazione per restituire nella maniera più vivida possibile il feeling, la magia, di quei capolavori intramontabili, il tutto sulla base di un’ispirazione e di una tecnica dignitosissime.
Nessuna pretesa di reinventare la ruota, quindi, ma neanche l’aspirazione a perdersi nel marasma di gruppi-clone di Dismember e Incantation; come già accaduto in passato, i Nostri prendono gli insegnamenti dei loro capisaldi – Asphyx, Autopsy, Massacre, Pestilence, primi Death, ecc. – e li ripropongono stando ben attenti alle dinamiche e allo svolgimento del songwriting, non avendo paura di cimentarsi in vere e proprie mini-suite che, a dispetto dell’indole caustica e dell’estetica slabbrata, svelano una buona dose di ingegno e sensibilità melodica. Una sorta di risposta europea agli ormai affermati Skeletal Remains, sebbene qui l’elemento epico e mortifero sia più accentuato rispetto al materiale di un “Devouring Mortality”, mentre le evoluzioni strumentali vantano sicuramente meno intraprendenza e predominanza. Confrontato alla suddetta opera del 2020, “Curse of the Forlon” risulta quindi maggiormente disinibito nello spirito e a fuoco nei contenuti, partendo ‘a cazzo duro’ con il riffing affilato e il mix di doppia cassa/blastbeat di “Despair of the Lost Self” e chiudendosi fra i ricami acustici della lunghissima “The Prison I Call Flesh” (quasi dodici minuti), tanto che non ci stupiremmo, a fronte di certi numeri, di vedere i Live Burial accasarsi presso un’etichetta più potente a partire dalla prossime release. ‘More of the same’? Assolutamente sì, ma fatto con gusto.
