8.0
- Band: LOCK UP
- Durata: 00:40:03
- Disponibile dal: 01/07/2011
- Etichetta:
- Nuclear Blast
- Distributore: Warner Bros
Spotify:
Apple Music:
Posologia: alto volume, ascolto ripetuto più volte al dì. Effetti collaterali: può causare stato di agitazione e secrezione adrenalinica. Avvertenze: tenere fuori dalla portata dei poser. Se i Lock-Up fossero un farmaco, avremmo sconfitto i falsi metallari già da tempo. Il ritorno dei Lock-Up, gruppo multinazionale che torna alle pubblicazioni a ben nove anni di distanza da “Hate Breeds Suffering”, è di quelli in grandissimo stile. Accostatevi con la solita frenesia d’ascolto a questo album, senza temere nulla: troverete il solito concentrato di grindcore articolato dalle influenze varie, solo ancora più curato. Della discografia del gruppo, il lavoro in questione è sicuramente quello più simile ai Napalm Death, addirittura era “Enemy Of The Music Business”. Simile nei suoni (chitarre praticamente identiche) ma anche nelle ritmiche, nel dosaggio e nella mescolanza di stop repentini, ripartenze, accelerazioni improvvise e influenze ora punk, ora hardcore. I due che si occupano della scrittura delle canzoni (ognuno per proprio conto), ovvero Anton Reisenegger dei pur bravi thrasher cileni Criminal e Shane Embury dei Napalm Death qui nelle vesti di chitarrista, hanno curato nei minimi dettagli gli arrangiamenti di ogni singola canzone, anche quelle di brevissima durata e che si riconducono ad autentiche sfuriate grindcore. Su queste perfette trame chitarristiche, che si inerpicano su sentieri musicali diversi a forte velocità per creare una sensazione di perenne agitazione, i Lock-Up si avvalgono dell’ottima e convinta prova vocale di un Tompa Lindberg parecchio voglioso mentre Nick Barker dietro le pelli è il solito, monotono metronomo impazzito. Ma veniamo all’album: immaginate le canzoni come sub-munizioni di una cluster-bomb, una bomba a grappolo, piccole schegge impazzite tenute insieme con l’unico filo conduttore della violenza. Brani impazziti come quando il cronometro si ferma a due e zero otto sulla grintosa “Roar Of A Thousand Throats”, o sulla title track, oppure sul’hardcore “Vomiting Evil” con un riff assassino in quanto a stravolgimento e dal finale fantastico e particolare. Non c’è un accenno di cedimento lungo la scaletta del disco, il cui ascolto provocherà inevitabilmente un accompagnamento fisico. Se ascoltato in ufficio in cuffia si sbatterà il piede per terra facendo pensare al terremoto, mentre in auto diventerete matti all’occhio dei passanti quando vi vedranno impegnati in un insano air-drumming, col grugno dei giorni peggiori. A fine ascolto la prescrizione medica prevede una sola cosa: ripartire dall’inizio e smettere solo quando uscirà il nuovo album dei Napalm Death.
