LONESHORE – Nothing Left To Deconstruct

Pubblicato il 23/06/2026 da
voto
8.5
  • Band: LONESHORE
  • Durata: 00:51:45
  • Disponibile dal: 19/06/2026
  • Etichetta:
  • Willowtip Records

Siamo nel 2026 e, in un mondo che inizia a pagare gli scotti geopolitici e sociali di una globalizzazione sull’orlo del fallimento, pare strano affermare di rimanere sorpresi all’ascolto di musica triste e nostalgica proveniente da un paese solare come il Brasile.
Solare, certo, come no. Se fosse davvero così, non si spiegherebbero i Ratos De Porao, i Sepultura, i meninos da rua, le favelas, la povertà imperante e la polizia massacrante di un paese in uscita dal Terzo Mondo.
Ecco, allora spazziamo via con un rapido cenno della mano l’idea che in Brasile ci siano solo culi, carnevali e Copacabane e prendiamo atto che questi Loneshore, direttamente da Rio de Janeiro, hanno cuore ed emozioni vicine a certe sensibilità scandinave e british sotto una pelle carioca.

Debuttanti ben sei anni fa con il primo disco “From Presence To Silence”, più che buono antecedente del presente “Nothing Left To Deconstruct”, i Nostri tornano alla ribalta su Willowtip con un seguito ancor più convincente, ben scritto, ispiratissimo e davvero molto, molto emozionale.
Possiamo solleticarvi subito il palato da buongustai della nostalgia in musica citando qualche riferimento: Novembre come se piovesse, Katatonia più progressivi, The Ocean quando fanno i tristoni, Opeth dei bei tempi, Long Distance Calling, Cult Of Luna, i nostri indimenticati Sunpocrisy (da cui prendono, probabilmente involontariamente, più di un crescendo arpeggiato e matematico nella struttura), i Tool per qualche chiarissimo riff di ispirazione sghimbescia.
Insomma, nomi certamente da far venire l’acquolina in bocca, e i Loneshore non sfigurano praticamente mai a confronto, forti di una classe innata e di una capacità compositiva sopra la media. Per chi ama il metal atmosferico e progressivo, be’, siamo di fronte ad un lavoro che soddisfa in pieno quanto si possa chiedere da tale sottogenere.

Potremmo chiudere qui e spedirvi direttamente all’ascolto del disco in questione, e forse faremmo la cosa più giusta, ma “Nothing Left To Deconstruct” merita di essere approfondito un po’ per volta, come un buon libro da scoprire capitolo dopo capitolo.
“Self Oscillations” è il brano d’apertura e, sebbene vada oltre il concetto di introduzione per lunghezza e profondità, è a tutti gli effetti ‘solo’ l’incipit del disco, quasi quattro minuti di suite acustica e delicata che si uniscono, come da copione, alla successiva “Straylight”, il primo capolavoro del platter, un episodio che rivela e mette in chiaro tutte le carte in possesso dei Loneshore: basti sentire il primissimo riff per essere travolti da un’ondata di sensazioni, con quel groove mai troppo aggressivo ma comunque pesante che sa di Tool lontano un miglio; ci sono i passaggi soffusi e delicati, il vocione growl di Luiz Felipe Netto (anche nei Piah Mater) che si alterna spavaldo ad un pulito espressivo e modulato su linee vocali sempre piacevoli e originali, un generale senso di incredibile padronanza dei mezzi lungo tutta la durata del pezzo, con ogni tassello fluidamente innestato dopo l’altro e senza possibilità di soluzione migliore, in quanto non esistente.
Gli arpeggi, doppiati da arrangiamenti perfetti, sono tutti da pianto inconsolabile, l’epicità è palpabile, la commozione sempre dietro l’angolo, come il ricordo improvviso di un caro defunto che spiazza per il tempismo con cui arriva.

Si prosegue con la più diretta, aggressiva e anche orecchiabile “To Stride The Black Earth”, episodio che vediamo bene come singolo per la determinazione con la quale si dipana ed inalbera su melodie mai scontate e momenti di calma sfuggente. E’ un brano dinamico, non emerge per le peculiarità che più gradiamo nei Loneshore, ma di certo la scrittura è notevolissima.
L’ombra dei Tool – ma è più di un’ombra! – ritorna lungo buona parte di “Birth Of A Mountain”, altro pezzo-monstre dal minutaggio appena sotto i dieci minuti, epopea progressiva dove le chitarre dello stesso Netto, di Bruno Farinazzo e di Renan Rubim fanno il bello ed il cattivo tempo, accompagnate dall’inventiva e dalla solidità della coppia ritmica Luan Moura/Pedro Mercier. L’insieme coeso e incorruttibile che forma questa band lascia il segno in ogni traccia, poco da dire.
Non paghi della musica fin qui udita, ci tocca elogiare i Loneshore anche per le successive tre canzoni, le quali, invece di stancare o comunque affievolire il trasporto lungo “Nothing Left To Deconstruct”, ci deliziano per altri venticinque minuti di metal sopraffino: “Of Lost Waters” è praticamente una ballata strappalacrime (no, però niente melodico napoletano…), figlia rifiutata dei The Ocean più introspettivi e catartici, fino al lento crescendo estatico che, ancora, richiama i nostri Sunpocrisy e le loro tre-quattro linee di chitarra che vanno ad incrociarsi e a costruire tesseratti di complessità; “Parhelion” è nettamente la preferita di chi scrive, non tanto per chissà quali novità proponga, ma per il mood complessivo di spaventosa profondità e riflessione, a tratti mutuato dal black metal atipico e folkeggiante degli ultimi Wayfarer, un’opera magna veramente da sola degna dell’acquisto del disco; infine, ecco giungere “With Nothing We Part” a chiudere le danze, altro canovaccio che parte acustico e iper-introspettivo per lentamente progredire e crescere verso un caleidoscopio di colori sì grigi e deprimenti, forse, ma anche pacificanti e rilassanti, che ci mettono a nanna con la coscienza a posto.

Un disco dunque semplicemente grandioso, questo “Nothing Left To Deconstruct” dei Loneshore, nel quale si fatica davvero a trovare un difetto, un punto debole. Solo la sua ancor praticamente nulla età ci impone di non esagerare con la votazione, unita alla considerazione che, tutto sommato, non è che stiano inventando nulla di eccezionalmente nuovo.
Ma quello che suonano e propongono arriva dal cuore, lo si sente ed è talmente genuino e fatto bene che le chiare derive verso altri gruppi prendono connotazioni diverse, meno ammorbanti il giudizio finale. Giudizio finale che per noi è estremamente positivo, per un disco assolutamente da andare ad ascoltare!

 

TRACKLIST

  1. Self Oscillations
  2. Straylight
  3. To Stride The Black Earth
  4. Birth Of A Mountain
  5. Of Lost Waters
  6. Parhelion
  7. With Nothing We Part
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