7.5
- Band: LONG DISTANCE CALLING
- Durata: 00:45:49
- Disponibile dal: 10/04/2026
- Etichetta:
- earMusic
Il percorso seguito dai Long Distance Calling non è di certo tra i più lineari: nati come gruppo strumentale, i tedeschi hanno prodotto due ottimi dischi, soprattutto “Avoid The Light” del 2009, di post-rock/post-metal dalle strutture prog e dalle tinte malinconiche, ma non sono riusciti in seguito a raggiungere quella stessa profondità emotiva con continuità, nonostante i vari tentativi di evoluzione stilistica non siano mai scaduti in sterili ripetizioni.
“The Phantom Void”, loro nono disco in studio, arriva a tre anni di distanza da “Eraser” – che, al di là di qualche buon episodio, appariva come una copia sbiadita di ciò che fu – e viene descritto come “l’album più breve e duro della loro carriera”.
Si tratta di un’uscita particolare per la band, non solo perché giunge al compimento dei vent’anni di attività, ma anche per il modo in cui è stata concepita: questi sette brani non sono tematicamente legati tra loro da un vero e proprio concept ma da una sorta di arco narrativo che vuole trasportare l’ascoltatore in un mondo fatto di sogni ricorrenti, incubi che si ripetono in un circolo senza fine, minacciosi e inesorabili; al fine di creare un’esperienza audiovisiva immersiva maggiormente coinvolgente, l’ascolto è accompagnato da una serie di video dal forte impatto, diretti dal regista Felix Julian Koch.
Da un punto di vista musicale, con “The Phantom Void” i Long Distance Calling non stravolgono il loro stile, ma vanno alla ricerca di quella concretezza che a tratti aveva difettato nelle uscite più recenti e, in buona parte degli episodi, colpiscono nel segno: è il caso di “Mare”, brano di apertura dai toni oscuri che stabilisce fin da subito l’umore grigio del disco, per poi sfumare, attraverso un campionamento parlato che esegue un conto alla rovescia, nella successiva “The Spiral”, i cui i riff sono accompagnati da elementi elettronici fino a creare una sorta di loop.
“A Secret Place” mantiene alta l’energia, con il suo ritmo pulsante che cresce con lo scorrere del tempo, l’atmosfera tesa e cinematografica e chitarre tipicamente post-rock, mentre “Nocturnal” rappresenta il momento più diretto, mitigata solamente da una breve pausa nel mezzo, prima che il tema iniziale venga ripreso. Dopo un paio di episodi meno a fuoco (la title-track e “Shattered”), arrivano le atmosfere inquietanti di “Sinister Companion” a riportare l’intensità a livelli adeguati, con le trame intricate e passaggi che, pur senza l’ausilio di una voce, suonano come colpi di scena.
Una produzione cristallina aiuta a rendere queste immagini più nitide.
“The Phantom Void” è viscerale ma anche ricco di sfumature e di arrangiamenti ricercati in grado, al di là di un leggero appannamento nella seconda metà, di riportare i Long Distance Calling in uno stato di forma che non si vedeva da anni.
I quattro musicisti di Münster sono tra i pionieri di un genere a cui è difficile dare costanza senza ripetersi, ma nel quale non hanno rivali quando la loro creatività si esprime al meglio: in questa occasione, senza andare alla ricerca di chissà quali innovazioni, hanno semplicemente fatto ciò che riesce loro meglio, ossia disegnare paesaggi attraverso sonorità che sono nelle loro corde e, se il risultato clamoroso dei primi album è comunque lontano, questa è la loro uscita più convincente perlomeno dal disco omonimo del 2011.
