LOSTPROPHETS – The Betrayed

Pubblicato il 07/02/2010 da
voto
5.5
  • Band: LOSTPROPHETS
  • Durata: 00:47:01
  • Disponibile dal: 18/01/2010
  • Etichetta:
  • Visible Noise
  • Distributore: BMG

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Dal 2006, anno di “Liberation Transmission” sono passati ben quattro anni. Anni di Cassandre di scioglimento, di problemi con le etichette, di session di registrazione scartate e di ripetuti rinvii di un ormai fantomatico nuovo disco. Adesso, finalmente, “The Betrayed” approda nei negozi. È chiaro che non si raggiunge, e crediamo non capiterà mai più, il livello di trepidazione di un “Chinese Democracy”, ma non pochi fan del combo gallese aspettavano questo momento per sentire cosa avessero fruttato quarantotto mesi di lavoro. “If It Wasn’t For Hate, We’d Be Dead By Now” apre il CD, e lo fa senza entrare nel merito del contenuto musicale, limitandosi a svolgere il compito di premessa o di manifesto d’intenzioni, sottolineando il proclama con una marcia in crescendo. La vera partenza ce la dà “Dstryr/Dstryr”, che sta per Destroyer/Destroyer e che ricorda non poco i Rage Against The Machine pur sfociando in un ritornello tutto di casa Lostprophets. Chitarre sostenute, intermezzo che sa di “Burn, Burn” e un certo alone di già sentito delineano il pezzo, che ci mostra fin da subito uno Ian Watkins più dedito al canto e meno alle urla (tendenza che durerà per tutto il lavoro). “It’s Not The End Of The World, But I Can See It From Here” e “Where We Belong” sono i primi due, già editi, singoli: il primo ha un gran coro molto aperto e una fuga strumentale alla Muse ma risulta troppo anonimo, mentre il secondo nasce da un ritmo più disteso e ruba le voci ad una canzone qualsiasi degli U2, per poi virare sul modern rock, citare i Panic At The Disco ed esplodere nel melodicissimo chorus con orchestra. Ancora R.A.T.M. in “Next Stop, Atro City”, più veloce e scandita dalla batteria molto presente in fase di produzione ma senza far perdere appeal melodico al brano, mentre “For He’s A Jolly Good Felon” disseppellisce chitarre NY ’77 e gli abbina un tocco di reggae, ma insiste su un coro troppo simile ai precedenti. A salvarla, il riuscito intermezzo finale, ritorno alla consuetudine originaria della band di intercalare le canzoni vere e proprie con brevi passaggi strumentali perlopiù elettronici. “A Better Nothing” con l’incipit mattutino e rilassato di un pianoforte pieno di promesse, con il passaggio al ritmo spezzato tipico dei primi anni del gruppo, è la prima cosa veramente da ricordare: torna una certa urgenza compositiva, e porta con sé una canzone a diversi strati sonori dove emerge un bel lick ricorrente che si ficca in testa subito. “These Streets Of Nowhere” potrebbe essere dei The Coral per quanto è brit-rock, e la sensazione è aumentata dalla voce, che come nel resto del disco, gode di differenti accorgimenti di produzione in modo da ricordare questo o quel cantante e per adeguarsi ai differenti mood dei brani. Apice negativo del CD sono “Dirty Little Heart” e “The Darkest Blue”, episodi veramente troppo pop e senza spina dorsale per interessare il popolo metallico, pur se la prima tenta di salvarsi con la solita outro di piano e batteria effettata (momento migliore della canzone). Echi addirittura dei Communards accompagnano “This Light That Burns Twice As Bright”, chiusura soft con voce quasi sospirata, che prova ad esplodere in un cambio di tempo e d’atmosfera ma cade nel già sentito, risultando buona ma senza originalità. In quattro anni di tempo, e con 25 canzoni preparate, stando a quanto dichiarato dal gruppo, probabilmente si poteva fare qualcosa di meglio: qui siamo dalle parti di un modern rock di maniera e per giunta neppure troppo convinto, con brani che richiamano ora un artista ora un altro. La ricerca della fluidità compositiva a tutti i costi ha fatto perdere nelle pieghe dell’ottima produzione la scintilla di genio che traspariva da “The Fake Sound Of Progress” e “Start Something”, e che già era più fioca su “Liberation Transmission”. Non sempre un suono più adulto significa un disco più valido, e se, a conti fanti, con tanto mestiere i Lostprophets sono riusciti a creare un album con un sufficiente richiamo commerciale, sarà con tutta probabilità lo scorrere del tempo ad abbassare notevolmente la qualità del lavoro, dando il giusto peso alla mancanza di contenuti vincenti.

TRACKLIST

  1. If It Wasn't For Hate, We'd Be Dead By Now
  2. Dstryr / Dstryr
  3. It's Not The End Of The World, But I Can See It From Here
  4. Where We Belong
  5. Next Stop, Atro City
  6. For He's A Jolly Good Felon
  7. A Better Nothing
  8. These Streets Of Nowhere
  9. Dirty Little Heart
  10. The Dakest Blue
  11. This Light That Burns Twice As Bright
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