8.0
- Band: LUCYNINE
- Durata: 00:32:30
- Disponibile dal: 03/10/2025
- Etichetta:
- Talheim Records
Lucynine è un progetto che ha alle spalle dodici anni vita e solo due uscite, ossia l’EP di esordio “Chronicles From Leri” del 2013 e l’album “Amor Venenat” del 2020, un concept piuttosto articolato ed eterogeneo sui lati più oscuri dell’amore, complesso tanto concettualmente quanto musicalmente e concepito dal suo autore come un oscuro cammino da percorrere per ottenere una dolorosa redenzione.
A cinque anni di distanza, ecco “Melena”, un disco completamente diverso dal suo predecessore, con il quale condivide solamente un’anima ancora una volta cupissima: il linguaggio utilizzato in questo caso è in bilico tra post-black metal, post-hardcore e sludge, una miscela crudele e violenta resa ancor più soffocante dal frequente ricorso ad effetti disarmonici e sgradevoli.
Non c’è traccia di melodia in questa mezz’ora di musica, ma solo ritmi convulsi e frammentati, riff dissonanti ed in generale un senso di caos che regna indisturbato, mentre una produzione compressa e tumultuosa sotterra la voce, in realtà un rantolo disturbante, sotto densi strati di distorsione.
Questa atmosfera opprimente si respira già dalla gazza morta fotografata in copertina e dalla scelta del titolo, essendo la ‘melena’ definibile come presenza di sangue nelle feci, ed è la caratteristica costante di brani carichi di negatività: Sergio Bertani, unico protagonista dietro allo pseudonimo Lucynine, vuole condividere un umore nero ed angoscioso e lo fa con convinzione, senza alcun filtro né spiragli di catarsi e non stupisce che l’artista piemontese abbia composto il disco in pochissime settimane, poiché l’urgenza espressiva è alla base del tormentato messaggio, reso intimo e personale dall’utilizzo della lingua italiana.
A partire dall’attacco frontale di “Uomo In Mare”, i brani sono un crescendo di desolazione e solitudine, fino all’apice toccato con “Opera Al Nero” che, con i suoi quindici minuti, costituisce quasi metà dell’intero disco e ne rappresenta il culmine, claustrofobica nei momenti più spinti come negli inquietanti rallentamenti, ed è interessante, per chi vorrà prendersi la briga di leggere i testi, la capacità di Bertani (che è principalmente un fotografo professionista) di creare immagini vivide attraverso liriche essenziali che suonano come avvertimenti perentori (“Temi l’uomo che non ha nulla da perdere“) o disegnano foschi scenari (“Neri macigni sul ventre/spingono l’anima verso l’abisso“).
Se “Amor Venenat” aveva stupito per la sua poliedricità e per una certa teatralità, “Melena” è autentico, crudo, conciso (mezz’ora di durata contro un’ora abbondante dell’album precedente), non ci sono ospiti a renderlo variegato e non sono necessari troppi ascolti per entrarci in sintonia, eppure questo cambio radicale nel modo di esprimersi funziona proprio perché è evidente quanto provenga da un impulso schietto e genuino: una discesa in un mondo spietato registrata in presa diretta che molti non gradiranno, ma che impressiona per la fredda lucidità con la quale il suo autore la vive, raccontandola in prima persona.
