6.5
- Band: LVTHN
- Durata: 00:43:27
- Disponibile dal: 06/09/2025
- Etichetta:
- Amor Fati Productions
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Attivi ormai da oltre dieci anni nell’underground europeo, i belgi LVTHN si presentano come alfieri di un immaginario oscuro e truce, anche se forse un po’ dozzinali nel presentarsi così devoti a Lucifero, che tributano con la loro musica, in pieno stile black metal di una volta.
Stiamo infatti parlando, per l’appunto, di un black metal feroce e diretto, viscerale, che non disdegna qualche passaggio thrash, e che trova nel nuovo “The Devil’s Bridge” una discreta incarnazione.
Il disco, secondo lavoro dopo il debutto di ben nove anni fa, si presenta con una copertina molto bella e un percorso di otto tappe, attraversato da una tensione costante tra furore e solennità, con moltissima velocità, chitarre abbastanza interessanti nella costruzione di riff, e qualche intuizione più riuscita di altre. Le sezioni più cadenzate infatti spiccano subito per la loro capacità di evocare un senso di brivido ritualistico, capaci di creare luce come un fuoco che divampa nel buio (sentite i passaggi di “Grim Vengeance” o a metà della title-track).
Difatti, è proprio il riffing serrato a mostrare il volto più interessante della band: linee avvolgenti, a volte un po’ semplici forse ma belle gustose, in grado di dare respiro e profondità a un suono altrimenti dominato da aggressione e velocità un po’ troppo standardizzata. Nei momenti più diretti emerge infatti l’anima più tradizionale, e forse meno interessante, del gruppo; resta comunque discretamente gustosa in alcuni frangenti, come la distruttiva “Cacodaemon”, che sa anche rallentare in maniera quasi sfiancante quando deve. C’è da dire però che è anche difficile rimanere attaccati a qualche momento in particolare, perché “The Devil’s Bridge” di fatto resta un lavoro di genere nella (pur buona) media.
La produzione è ruvida ma nitida e accompagna bene l’impatto generale con una batteria impattante e una voce che, tra urla possedute e declamazioni evocative, incarna perfettamente l’estetica voluta. A cercare qualche paragone diremmo One Tail, One Head o i Garea dei primissimi momenti (prima che prendessero una china quasi imbarazzante, per capirci), e qualcosa ogni tanto viene pescato addirittura dagli Immortal (“Mother Of Abominations”).
Se da un lato non si può negare che molto di quanto proposto sappia di ‘già sentito’ e raramente si avverta una riuscita aria di di rielaborazione, dall’altro “The Devil’s Bridge” si presenta come un disco solido, convincente nella sua atmosfera e capace di regalare momenti di notevole intensità.
Un lavoro che non sorprende, ma che mantiene alto il livello di credibilità e offre agli appassionati della fiamma più oscura un’esperienza abbastanza appagante, probabilmente da gustare ancora di più dal vivo.
