6.5
- Band: LYCHGATE
- Durata: 00:47:47
- Disponibile dal: 19/12/2025
- Etichetta:
- Debemur Morti
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La trasformazione compiuta dai Lychgate nell’EP “Also sprach Futura” ormai cinque anni fa viene portata avanti, non si ferma, semmai viene consolidata con il quarto album “Precipice”. Fino al terzo full-length “The Contagion in Nine Steps”, l’avanguardismo della formazione britannica aveva seguito una traiettoria fatta di tanto astrattismo, strutture ondivaghe, riflessioni intangibili, accanto a partiture fervidamente metalliche, certamente, ma dal tocco aristocratico, alto, spesso inafferrabile.
A partire dal summenzionato EP, il progetto inglese – noto a chi non ne sia appassionato cultore per la militanza tra le sue fila di Greg Chandler degli Esoteric – ha optato per una conformazione più ruvida, impattante, rimanendo sul fronte dell’avantgarde metal, seppure interpretato con piglio più facinoroso e affine a formule death/black metal tradizionali. Un cambio di passo che da un lato ne ha reso il linguaggio di più facile assimilazione, senza stravolgerlo del tutto, mentre gli ha tolto quell’aura colta e insolita che ne costituiva uno dei suoi migliori attributi. “Precipice” risente quindi di questo nuovo clima, ponendosi come un naturale prosecutore dei dettami di “Also sprach Futura” e confermando quindi un affievolimento dei punti cardine dei suoi predecessori.
Per quanto ci riguarda, questa scelta è una specie di ‘peccato originale’ del disco, vale a dire che, pur apprezzandone le qualità – che ci sono, i Lychgate non sono divenuti dei barbari o degli inetti – il quarto disco della formazione di stanza a Londra finisce per essere troppo ‘normale’, se paragonato a ciò che l’ha preceduto o guardando a un quadro più generale, di ciò che sono oggi le sperimentazioni nel metal estremo.
“Precipice” suona praticamente come un album di fine anni ‘90/primi 2000, attraversato di pugnalate death/black metal mediamente dirette ma ben lavorate nelle variazioni dei ritmi, nei tempi d’assalto e nel dosare vuoti e pieni, ardore e relativa calma. Un approccio istrionico e fantasioso è ancora nel patrimonio di questi musicisti, anche se abbastanza spesso svetta la ruvidezza del death metal, in una conformazione orgogliosamente novantiana, pratica e feroce. L’afflato elegante, le melodie più ariose e fini del passato non sono andate del tutto perdute, possono essere talvolta architrave di pezzi vicini ai primi lavori, come nel compassato flusso pianistico di “The Meeting Of Orion And Scorpio”.
Pianoforte e organo un tempo erano al centro del discorso, adesso ne costituiscono ancora un tassello importante, ciò nonostante il perno della manovra è affidato a chitarre spesse e livide, tenebrose ed arcigne, più inclini alla lotta e alla vessazione che non a dissertare in toni ariosi ed enigmatici. Succede allora che “Death’s Twilight Kingdom” parta tra sinistre arie gotiche, per tramutarsi in breve in qualcosa di più sordido, sempre contorto e non così sfacciatamente brutale, ma un po’ macchinoso nelle sue fasi più arcigne, e maggiormente brillante quando si ritorna su andamenti atmosferici, di macabra suggestione.
Il dialogo interno tra sembianze puramente death/black metal e un tocco nobile tra musica classica, avant-jazz e nenie da soundtrack riesce a intermittenza. Il talento e la visionarietà non sono evaporati, eppure questa versione dei Lychgate più terrena, sporca e nera, convince solo a intermittenza. Se i primi tre album emanavano un fascino unico – in particolare il secondo “An Antidote For The Glass Pill”, per adesso il loro picco – “Precipice” difetta assai in termini di magia e capacità di avvincere, finendo per confondersi con decine di altre uscite. Non un lavoro scarso, o poco curato, solo impantanato in una dignitosa, ma riduttiva, medietà, al di sotto di quanto ci saremmo aspettati da un gruppo di questo lignaggio.
