LYNX – Trinity Of Suns

Pubblicato il 22/04/2026 da
voto
7.0
  • Band: LYNX
  • Durata: 00:39:13
  • Disponibile dal: 24/04/2026
  • Etichetta:
  • Dying Victims Productions

In ogni componente del loro immaginario, dalla splendida copertina ricca di simbolismi alle trame sonore e fino al nome stesso, i Lynx evocano un forte elemento nostalgico.
Già a partire dal titolo del debutto del 2021, “Watcher Of The Skies” – chiaro rimando al celebre brano dei Genesis – emerge una precisa volontà di collocarsi in un solco stilistico ben definito, strizzando l’occhio a soluzioni heavy-prog, una deriva non così scontata per una realtà che si muove tra l’hard rock di fine anni Settanta e i primi scossoni della New Wave of British Heavy Metal.
Anche il moniker scelto richiama suggestioni ben note agli appassionati più irriducibili di rock e heavy metal, citando tanto un’oscura ma eccellente realtà dell’underground svedese degli anni Ottanta così chiamata – autrice di un unico album nel 1984 – quanto un valido gruppo di ‘pomp rock’ canadese attivo nel decennio precedente, contribuendo così a rafforzare quell’aura rétro che permea l’intero progetto.

Nonostante si tratti soltanto del secondo album, va subito detto che i cambi di line-up intervenuti negli ultimi anni non sembrano aver favorito il mantenimento di una piena omogeneità stilistica, fattore oggi cruciale in un mercato che tende a premiare identità ben definite più che un’evoluzione progressiva del sound o un’eccessiva varietà di soluzioni musicali.
Nel dettaglio, dopo l’ingresso della cantante e musicista Amy Zine nel 2022 – che ha introdotto le tastiere – nel 2025 i Lynx hanno salutato lo storico frontman e chitarrista Marvin Kiefer (già nei Blizzen), rimpiazzato da Ioannis Athanasiadis: un avvicendamento che, pur non stravolgendo completamente il sound, lo ha in qualche modo modificato mutandone inevitabilmente gli equilibri, soprattutto sul piano delle dinamiche tra le chitarre e le nuove tastiere e dell’approccio compositivo.

“Trinity Of Suns” è un lavoro che parte in modo incerto, perché l’armonizzazione tra ciò che i Lynx sono stati e ciò che stanno diventando non appare totalmente compiuta, specialmente sul piano della fluidità dell’ascolto, ma che alla lunga riesce a mostrare di avere diverse frecce al proprio arco.
Si ha l’impressione, difatti, che nei primi brani le tastiere, i cori e l’arrangiamento vocale solista siano stati aggiunti a lavori già conclusi, compromettendo la simmetria sonora complessiva. Le prime tre tracce, tuttavia, evidenziano comunque gli elementi che avevano reso convincente il debutto: chitarre poco distorte e armonizzate in pieno stile Thin Lizzy, con riferimenti più contemporanei rintracciabili nei Night – per il sound fresco, pulito e le ‘twin guitars’ – e nei Tanith, nei momenti più graffianti e per il comparto vocale, dove si alternano Ioannis Athanasiadis ed Amy Zine.
Se la voce del primo risulta aspra e poco compatibile con quella della collega, il canto
di Amy Zine (che dopo le prime canzoni prende il sopravvento assumendo esclusivamente il ruolo di vocalist principale) è più rivolto alla stagione hard rock dei Settanta, con una componente soul ben marcata, avvicinandosi alla sensibilità di Elin Larsson dei Blues Pills.
Brani come “Voyager” mettono in luce un buon feeling vocale e interessanti sezioni atmosferiche guidate dalle tastiere, ma soffrono di una certa frammentarietà, con idee che si susseguono senza sempre trovare una reale coesione. “Oppressive Season” sembra invece guardare direttamente ai Wishbone Ash di “There’s The Rub”, non arrivando a quel favoloso equilibrio di chitarre armonizzate e crescendo maestosi, mentre la title track aggiunge varietà attraverso una sezione più riverberata e una vocalità meno dinamica, pur restando ancorata agli stilemi già introdotti.

È però con “Parhelia (Interlude)” che l’album sembra trovare una nuova direzione: un momento strumentale in cui le tastiere assumono un ruolo epico e trionfale, accompagnando un lavoro chitarristico che richiama tanto i crescendo dei Blue Öyster Cult quanto la potenza evocativa dei Thin Lizzy di metà anni Settanta, quasi come se fosse l’intro di ‘un nuovo inizio’ all’interno stesso dell’album.
Da qui in avanti, il disco cambia marcia: “Stranger Sign In The Sky” si muove su coordinate più solenni, con richiami ai momenti più enfatici degli Styx e dei Queen dei primi due album, mentre “Seven Days Of Darkness” si sviluppa come un brano blues-folk atmosferico, maturo e ben costruito. A chiudere è “Island Universe”, probabilmente il pezzo più ambizioso e riuscito del lotto: oltre otto minuti di musica in cui la band riesce finalmente a bilanciare le proprie anime, tra suggestioni progressive (con echi ancora dei Queen più hard rock e The Who) e una scrittura più coesa.

In definitiva, “Trinity Of Suns” conferma i Lynx come una band talentuosa, dotata di solide capacità esecutive e di un’identità ben radicata nel linguaggio del classic rock e della NWOBHM, lo dimostra l’esecuzione praticamente dal vivo nelle registrazioni, ma autrice di un album diviso in due metà: la prima che arranca e la seconda che invece sorprende per coesione, visione sonora e identità.
Resta la sensazione che, con una maggiore focalizzazione e un miglior bilanciamento tra le molteplici influenze, il gruppo potesse ambire a offrirci qualcosa di più di un ‘semplice’ buon disco, arrivando a imporsi come punto di riferimento per l’attuale scena ‘revival’ che guarda al passato e lo trasporta nel mercato di oggi con classe e consapevolezza.

TRACKLIST

  1. Voyager
  2. Oppressive Season
  3. Trinity of Suns
  4. Parhelia (Interlude)
  5. Stranger Sign in the Sky
  6. Seven Days of Darkness
  7. Island Universe
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