7.0
- Band: MACHINEMADE GOD
- Durata: 00:42:58
- Disponibile dal: 13/02/2006
- Etichetta:
- Metal Blade Records
- Distributore: Audioglobe
E alé! Spostiamo pure un’altra pallina del pallottoliere… La Metal Blade presenta l’ennesima pedina della sua scacchiera metal-core: una scacchiera che va ad assumere dimensioni piuttosto importanti e che soprattutto pesa come un macigno inamovibile! As I Lay Dying, Unearth, Neaera…solo alcuni, probabilmente i più conosciuti, nomi che saltano alla mente ricordando il roster della label americana. Senza contare poi The Black Dahlia Murder, Cataract, The Red Chord… E la caratteristica principale che contraddistingue tale roster è che davvero poco spazio è concesso alla dolcezza e alle aperture melodiche di facile assimilazione che caratterizzano altri quotati “parchi-band” (Roadrunner?). I tedeschi Machinemade God non possono non rientrare nella categoria del metal-core più brutale e indefesso, strizzante l’occhio tanto al thrash quanto al death svedese, sempre conservando la classica attitudine hardcore ormai imperante ovunque. A metà strada tra il riffing immediato e deciso degli As I Lay Dying, i breakdown ultra-violenti degli Unearth e le caratteristiche più complesse della scuola metal-core tedesca (Heaven Shall Burn, Caliban), il quintetto teutonico non inventa assolutamente nulla, ma si rende protagonista di un platter devastante e coinvolgente, pienamente adatto a chi si ciba quotidianamente di tali sonorità. Scariche di batteria triggerata e stereotipata al genere, un attacco frontale senza troppe mezze misure, la voce di Flow Velten standardizzata a dovere, anche se mai troppo sguaiata, mosh che si scatenano violenti: dai Machinemade God potrete aspettarvi solo questo e, se per i metal-corer incalliti è pura manna dal cielo, per gli obnubilati da gente che pratica karate al primo riff di chitarra potrà sembrare la solita, melensa minestra. E non si potrebbe dare torto a nessuna delle due parti, questo è il bello. Prodotto da Jacob Bredahl, singer degli Hatesphere e degli Allhelluja, il quale partecipa anche in “Your Own Fault”, “The Infinity Complex” risulta un lavoro buono ed appagante, avente in “Teeth Vs. Curb”, “Downpour Of Emptiness” e “Fuck Your Dead Heart” i brani migliori. Due strumentali “di pausa” ben realizzate, “Butterfly Coma” e l’intensa “Snow White”, sono come il gong che salva il pugile giusto un attimo prima di ricevere il colpo del ko. Ci si ripete, dunque: sapete già cosa fare…
