8.0
- Band: MAGRUDERGRIND
- Durata: 00:23:32
- Disponibile dal: 12/02/2016
- Etichetta:
- Relapse Records
- Distributore: Audioglobe
Periodo di vacche grasse per i seguaci del filone grindcore che, dopo l’ottimo EP degli inglesi Razoreater, l’insperata reunion degli Insect Warfare e l’ormai imminente uscita di “Abuse To Suffer”, settimo full-length in casa Rotten Sound, possono oggi godere del ritorno discografico dei Magrudergrind, formazione a stelle e strisce di cui ultimamente si erano un po’ perse le tracce. Ben sette anni separano infatti “II” dal precedente album omonimo, un lasso di tempo considerevole per qualsiasi gruppo (figurarsi poi per una realtà di questo tipo), che però, a fronte dell’impatto devastante dei nuovi brani, non è assolutamente trascorso invano. Per l’opera che sancisce il loro ingresso nel prestigioso roster Relapse, i tre di Washington D.C. hanno evidentemente preferito fare le cose per bene e con calma, in primis affidandosi alle sapienti mani del produttore Kurt Ballou, responsabile di un suono crudo, organico e prossimo alla resa live, e in secondo luogo smussando gli angoli vivi che caratterizzavano il suddetto “Magrudergrind”, per un risultato finale che mescola in parti uguali istintività e senso logico. Nessuna digressione (swedish) death metal, nessuna parentesi scanzonata, niente sample estrapolati da b-movie, solo ventitré minuti di rutilante grind vecchia scuola condito da spruzzate thrash e hardcore punk, il tutto sorretto da uno dei drumming più vari e fantasiosi uditi in certi ambiti (Bryan Fajardo dei Phobia farebbe bene a guardarsi le spalle), da un guitar work esplosivo e da una vocalità perennemente lancinante, portavoce dei malesseri di una società sull’orlo del collasso. Una ricetta semplice, che fa dell’efficacia dei singoli riff la propria arma vincente, incanalata in quindici schegge impazzite che impattano il cranio dell’ascoltatore con la grazia e la delicatezza di una mazza da baseball, come dimostrato (tra gli altri) dal breakdown schiacciasassi di “Divine Dictation”, dall’incedere groovy di “Black Banner” e dalle sottili dissonanze di “Incarceration State”, dove per un istante i Nostri strizzano l’occhio alla scuola powerviolence dei connazionali Full Of Hell. In definitiva, un comeback solido e vincente, che odora di sangue, sudore e raggiunta maturità. Difficile ignorarlo.
