7.5
- Band: MALIGNANCY
- Durata: 00:33:20
- Disponibile dal: 14/06/2024
- Etichetta:
- Willowtip Records
In una scena death metal divisa fra sperimentazioni avanguardiste e riscoperta di tutto ciò che è ruvido e vecchia scuola, il ritorno dei Malignancy sarà sicuramente visto da qualcuno come un evento fuori tempo massimo, quando non addirittura ininfluente nell’ottica di sviluppo del panorama.
D’altronde, come sottolineato più volte su queste pagine, il periodo di massima gloria del filone ‘brutal’ – a cui la formazione di New York ha sempre aderito, rappresentandone anzi uno degli esponenti più longevi e rispettati – è tramontato da un pezzo, e l’appeal di certe sonorità sul pubblico è ormai ridotto ai minimi storici, pur con una nicchia di band, fan e label ancora intenta, nelle retrovie, a portarne avanti i valori e l’estetica, sull’onda di dischi esemplari nella loro efferatezza.
In questo senso, il ritorno degli americani, qui raggiunti da Jacob Schmidt dei Defeated Sanity al basso, può essere inserito nel medesimo solco dei recenti “Harbinger of Woe” (Brodequin) e “Sadichist” (Gorgasm), riportando con prepotenza sotto i riflettori un modo di approcciare il genere che vive tanto di perizie tecniche quanto di barbarie incessanti, e che proseguendo il discorso interrotto da “Eugenics” nel 2012 dipinge nuovamente uno scenario post-apocalittico fatto di deserti inospitali, esseri mutanti e scorie radioattive, non troppo distante da quello del pilastro dell’horror “Le colline hanno gli occhi”.
L’enorme lasso di tempo fra le due opere, interrotto dall’EP “Malignant Future” e dalla ri-registrazione dell’esordio “Intrauterine Cannibalism”, non è insomma trascorso invano, a riprova di una metodologia sì lenta e sfibrante, ma in grado di partorire album strabordanti di idee e dettagli assemblati evidentemente con cura certosina. Un’aggressione che spalmata su nove brani (per poco più di mezz’ora di musica) seppellisce l’ascoltatore sotto una tonnellata di riff e cambi di tempo da cui, sulle prime, è quasi impossibile non rimanere spiazzati, tanto l’insieme si presenta denso e intricato, ma che fruizione dopo fruizione, come una matassa, si dipana facendo emergere la lucida follia della penna di Ron Kachnic, chitarrista che dal ’95 detiene le redini del songwriting.
Attingendo dalla tradizione death metal newyorkese, da quella grindcore e dal techno-thrash più avvitato e parossistico, il Nostro è il vero MVP di questo “…Discontinued”, e la forza propulsiva del suo operato è ciò che infonde continuamente agitazione e movimento alla tracklist, in un’escalation che dalle terminazioni nervose si propaga al resto del corpo.
Giocando quindi tanto di muscoli (specie durante le suddette parentesi thrasheggianti) quanto di cervello, con un gran numero di interferenze dissonanti e convulsioni ardite, il guitar work si presenta ‘on fire’ fin dalla doppietta iniziale “Existential Dread”/“Binary Paradigm”, e da lì si può dire che non si guardi più indietro, sostenuto da una sezione ritmica altrettanto fitta e ingegnosa – incredibile, come sempre, l’apporto di Schmidt – e dalla prova gorgogliante di Danny Nelson al microfono, coronamenti di uno stile a tratti estenuante, sicuramente ‘difficile’, ma comunque dotato di un suo equilibrio e di un suo senso logico.
Il classico ritorno che, in definitiva, non delude le aspettative, indicato a chi non vede l’ora di tuffarsi sul nuovo Wormed o a chi bazzica frequentemente dalle parti di Suffocation, Mortician, Dying Fetus e Cephalic Carnage.
