8.0
- Band: MALTHUSIAN
- Durata: 00:45:00
- Disponibile dal: 08/08/2025
- Etichetta:
- Relapse Records
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Ci sono dischi che sembrano emergere da un lungo processo carsico, come se la materia che li compone avesse avuto bisogno di sedimentare nel tempo prima di potersi manifestare con compiutezza. “The Summoning Bell” dei Malthusian appartiene a questa categoria: non un’esplosione improvvisa, ma il frutto di un paziente lavoro di scavo, dove ogni elemento – struttura, suono, tensione narrativa – è stato affinato con cura per far convergere l’impeto viscerale della band in una forma più piena, densa e articolata.
Il suono, innanzitutto. Se già in passato la formazione di origine irlandese aveva saputo muoversi con una certa sicurezza nei territori più oscuri e slabbrati di certo underground death metal contemporaneo, oggi la materia sonora si fa più compatta, più lucida nella sua densità, senza però perdere l’irregolarità tellurica che la caratterizza. È una produzione che accoglie la dissonanza e la saturazione non come ostacoli alla chiarezza, ma come strumenti per scolpire forme più profonde e mobili, capaci di suggerire l’orrore senza didascalie.
Tuttavia, ciò che davvero distingue “The Summoning Bell” non è tanto la qualità timbrica, quanto la direzione del discorso musicale: là dove molte band contemporanee sembrano smarrirsi in labirinti autoreferenziali, i Malthusian mantengono un baricentro saldo, alimentato da una spiccata pulsione narrativa che già affiorava nei primi lavori, ma che qui assume una coerenza e una vastità piene. I brani si muovono come organismi viventi, articolando le proprie traiettorie con una logica interna che non lascia nulla al caso. La violenza non è mai episodica, né lo sono i momenti più rarefatti: tutto concorre alla costruzione di un clima, di un tempo, di una visione che lasciano puntualmente tracce del proprio passaggio.
Si prenda “Amongst the Swarms of Vermin”, che con i suoi quindici minuti potrebbe facilmente scivolare nel compiacimento, e che invece si dipana come un avvolgente racconto a più voci, in cui l’elemento tellurico del riffing – in qualche circostanza chiaramente debitore tanto di Robert Vigna quanto di Trey Azagthoth – trova nuova linfa attraverso cesure improvvise, aperture sghembe, tensioni che si accumulano e si dissolvono in modo mai troppo prevedibile. Non è solo questione di dinamica: è la capacità di far emergere un linguaggio, un respiro, all’interno di forme apparentemente ostili.
La forza del disco, dunque, sta nell’equilibrio: non l’equilibrio dell’equidistanza o del compromesso, ma quello che deriva da una profonda consapevolezza delle proprie scelte. La brutalità qui non è decorativa, né lo è l’apertura verso registri più ampi e fumosi: entrambe sono veicoli per una musica che vuole colpire, sì, ma anche suggerire, insinuarsi, restare. In questo senso, il secondo full-length del quartetto è un disco denso, esigente, ma tutt’altro che respingente. Al contrario, invita al ritorno, all’ascolto reiterato, non perché oscuri i propri dettagli, ma perché li lascia emergere solo nel tempo giusto.
Più che un semplice passo avanti, questo “The Summoning Bell” è insomma un atto di maturità: un lavoro in cui forma e sostanza si incontrano senza attrito, in cui l’estremo del gruppo di Dublino diventa una volta per tutte espressione e non esercizio.
