7.5
- Band: MANTAR
- Durata: 44:26
- Disponibile dal: 07/02/2014
- Etichetta:
- Svart Records
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Il dato eclatante di questo duo di stanza ad Amburgo è la conferma al Roadburn 2014 ancor prima della pubblicazione dell’esordio discografico. Gli organizzatori del prestigioso festival olandese hanno fiutato qualcosa di grosso, da attenti osservatori della musica meno convenzionale e più stimolante in circolazione hanno deciso di anticipare la concorrenza e mettere in vetrina questi due manipolatori di sludge, rock, hardcore e black metal. Dei Mantar si sa poco o nulla, se non che sono uno turco e l’altro tedesco, si sono formati nel 2012 e prima di “Death By Burning” hanno pubblicato un 7’’. Se la biografia è scarna e nebulosa, la stessa cosa non si può dire di “Death By Burning”, fucilata al cuore per chi è incessantemente alla ricerca del baricentro tra puro intrattenimento, stimolazione delle sinapsi, abbrutimento ed headbanging spaccacolonna. I Mantar sono una delle possibili risposte a questi dubbi esistenziali. Hanno l’indole grezza del punk, il nichilismo del black quando si dibatteva nel proprio brodo primordiale, l’obliquità dei Melvins dal volto umano. A questo piatto già bello calorico e da palati forti, aggiungono un pizzico di noise, il rombo del rock’n’roll ai volumi da frantumazione del timpano, le rotture di ritmo perpetrate negli anni ’90 da Helmet e Snapcase. Manca il basso, e non se ne sente la mancanza e anzi, ciò toglie completamente i freni inibitori al ruolo della chitarra, che si compiace di deliziarci con partiture ora fangose, ora selvagge e pungenti, sempre viziosamente un po’ fuori dai canoni e sorprendente nei cambi di direzione che dona ai pezzi. Il mid-tempo spezzettato, teso e in procinto di tramutarsi in ghigliottinata è la modalità di movimento prediletta dal duo, che veleggia su due fronti contemporaneamente. Uno è quello della ruvidità sludge/core pesantemente motorheadizzata, l’altro fa riferimento alle armonie presenti sotto questo primo strato sonoro, e che in più occasioni emergono dallo stato latente e prendono il sopravvento. Stiamo parlando, tanto per fare un esempio concreto, di “Astral Kannibal”, aperta da una sporcizia sonica intrisa di melanconia e sviluppata su tempi medi all’acido muriatico, con una melodia principale molto riuscita al centro del discorso. Intrigante e inquietante è lo spoken words grigiastro, virato sul nero, di “The Berserker’s Paths”, mentre si spinge ancora più in là nel solleticare piacevolmente i sensi il riffing siderale di “White Nights”, pezzo mirabile, in cui i Mantar si lanciano nelle galassie, al pari di una sgamata band post-metal. Altrove le sollecitazioni vanno verso il basso ventre, senza cedere nulla in qualità, e troviamo degli inopinati ponti con le deflagrazioni di casa Kvelertak. “Cult Witness” ha proprio l’incedere oltraggiosamente contagioso dei norvegesi, e ci si ripete in similari nefandezze dalle parti di “The Huntsmen”. Sia in un caso che nell’altro, possiamo giusto notare un suono meno saturo degli autori di “Meir”, e un grado di malvagità decisamente superiore. D’altronde, la coltre di pece che circonda il lavoro è sottile, ma non vi sono punti in cui sia scalfita e trapeli della positività. A mettere tutti d’accordo e a far cedere le armi anche agli scettici ci pensa la traccia più Motörhead-oriented, “The Stoning”, destrutturazione e ricomposizione in formato hardcore alla massima negatività del Lemmy-pensiero. Altro coniglio mannaro tirato fuori dal cilindro dalla sempre illuminata Svart Records, questi Mantar sarà il caso di tenerli d’occhio.
