MANTAR – Ode To The Flame

Pubblicato il 19/04/2016 da
voto
7.5
  • Band: MANTAR
  • Durata: 00:44:05
  • Disponibile dal: 04/15/2016
  • Etichetta: Nuclear Blast
  • Distributore: Warner Bros

Corre veloce la carriera dei Mantar. È bastato il brillante esordio “Death By Burning” e un primo frenetico giro di concerti per convincere la Nuclear Blast a prenderli sotto la propria robusta ala protettrice, garantendo forte promozione e sostegno per la campagna di conquista fomentata dal nuovo “Ode To The Flame”. Chi aveva ammirato l’aura rumorosamente dannata e scapigliata dell’esordio si sarà sicuramente intimorito di fronte a tale scelta, temendo un ammorbidimento sonoro non nuovo per chi in passato ha mutato casacca da piccole label al colosso tedesco. Su questo punto possiamo tranquillizzare i fan della prima ora: i Mantar non solo non hanno perso nulla quanto a tiro e istintività, ma hanno acquisito peso, ucciso buona parte dei retaggi rock’n’roll alla Kvelertak e si sono buttati addosso pece, melma e cenere in quantità abnormi. La virata verso l’extreme metal è percettibile, mentre rimane intatto l’innato camaleontismo del duo, che coniuga in una miscellanea equilibrata ed esplosiva rabbie hardcore, oleose sabbie mobili sludge, groove sgretola-montagne e un approccio melodico sovente debitore della darkwave. Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta la novità più interessante di “Ode To The Flame”, nel quale si adotterà magari un insieme di espedienti compositivi meno sorprendente dell’esordio, ma si compensa alla grande con un bastardissimo cocktail di urgenza espressiva, riff di valore e minacciosità sconfinata. L’apertura affidata a “Carnal Rising”, rolleggiante in un mare di negatività scurissima, a dire il vero sembra mescere con brio ma poca inventiva un conosciuto canovaccio di cupezza paludosa e primordiali istinti distruttivi, spegnendosi precocemente prima di entrare nel vivo. Le prime incertezze sono spazzate via dalla successiva “Praise The Plague”, Hanno comincia a mettere in mostra il suo arsenale di chitarroni crepitanti, grassi e acuminati, ben incastrati nello squadrato sentiero ritmico predisposto da Erinc e il brano si alza e s’abbassa d’intensità divincolandosi fra sezioni sfibranti e altre viziose e dinamiche. Arriva il primo chorus da cantare ribaldamente durante i concerti, “Era Borealis” concede qualcosa in commercialità del prodotto insistendo su un magistrale ritmo dettato dalle semplici combinazioni cassa-rullante del batterista, mentre la chitarra avvampa di un hard rock pessimista made in New Orleans che in poche mosse vi lascerà completamente stesi. In “The Hint” iniziano a comparire, filamentose e un po’ schiacciate dal fragore tutt’attorno, alcune arie gotiche, desolate e desolanti, perfettamente assonanti a riff che da una canzone all’altra crescono in pastosità e raziocinio, bilanciando nichilismo e immediatezza. “Born Reversed” segue lo stesso filo conduttore con pari energia e vivacità, “Oz” sposta invece il discorso su un piano più complesso e vede comparire i primi arrangiamenti di Hammond. Barlumi crepuscolari stoppano i maleducati attacchi a testa bassa di Erinc, con Hanno che si concede alcune delle poche vere accelerazioni dell’intero album. “I Omen” si apre su toni da novena macabra e cresce presto in un diluvio di sangue e maledizioni, affondando in una tragicità non lontana da quella degli ultimi Tragedy e poi rifiorendo di una grandeur purulenta e disperata: per quanto ci riguarda, l’apice del disco. “Ode To The Flame” non finisce qui, “Cross The Cross” va a ripescare martiri rock’n’roll più frequenti nel primo full-length e fa scapocciare che è un piacere, tuffandosi in chiusura in una marcia sludge diretta conseguenza di massicci ascolti di Eyahategod e Crowbar. “Schwanenstein” sfodera la visionarietà di una “White Nights”, uno delle tracce migliori di “Death By Burning”, insozzata però dal verbo black metal, presente quale stringente cappa un po’ sull’intera tracklist. Anche qui l’Hammond fa una fugace, ma importante, comparsata. In “Sundowning” il processo di strangolamento giunge al suo culmine, le viscere vengono svuotate degli ultimi refoli di vita e ci si sottomette, senza più alcuna remora, al disfacimento nell’oscurità e nella morte. Lentezza e sporcizia sigillano un disco che aggiunge spessore a un’avventura artistica iniziata nel migliore dei modi due anni or sono e ora indirizzata a un ruolo di primo piano nel panorama metal internazionale. Non chiudete le vostre orecchie alla perniciosa energia dei Mantar.

TRACKLIST

  1. Carnal Rising
  2. Praise The Plague
  3. Era Borealis
  4. The Hint
  5. Born Reversed
  6. Oz
  7. I Omen
  8. Cross The Cross
  9. Schwanenstein
  10. Sundowning
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