MARC URSELLI’S STEPPENDOOM – Steppendoom

Pubblicato il 19/11/2022 da
voto
6.5

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Probabilmente il nome di Marc Urselli dirà poco alla maggior parte dei lettori, ma questo ingegnere italo-svizzero ha lavorato dietro il banco di missaggio per artisti del calibro di U2, Nick Cave, Mike Patton – portandosi a casa anche tre Grammy – mentre in ambito metal le sue produzioni più note sono quelle per Aborym e Napalm Death.
Al giro di boa dei quarantacinque anni, Marc ha deciso di mettersi alla prova anche come musicista, coordinando un ensemble di nomi variegati e anche di un certo peso, per dare alle stampe questo “Steppendoom”, un progetto che, nel ricercare un’intersezione tra il mondo metal e le tradizioni musicali di popoli nomadi o comunque indigeni, vuole proporre anche un parallelismo culturale tra queste due sfere, fatto di valori forti e resistenza alle consuetudini, con un approccio quindi lontano, almeno nelle intenzioni, dalla semplice appropriazione culturale. Partiamo dalle certezze: complici evidentemente le doti di produttore di Urselli, la prima cosa che si nota è come, nonostante una quantità di ospiti degna degli Avantasia, ci si trovi di fronte a un album omogeneo. Poi, ovviamente, l’evidente amore che – al di là dell’attività mainstream – lega Urselli al nostro mondo, con un’attenzione al suono del metal “contemporaneo” (soprattutto in ambito sludge ed estremo, come evidente anche dai nomi coinvolti); e, infine, il desiderio di mettersi alla prova e sperimentare, e qui merita un altro plauso rispetto alla scelta in direzione di un facile successo patinato che poteva compiere, restando nel comodo alveo degli amici di rango, per così dire. Ovviamente, la scelta di esplorare lidi sonori che hanno come centralità i canti difonici (o di gola, o armonici, a seconda dell’area culturale di riferimento) è anche un’arma a doppio taglio, e costituisce al tempo stesso il limite di un disco sicuramente interessante, ma dall’appeal destinato a calare dopo un paio di ascolti. Certo, siamo pronti ad essere smentiti, visto il recente successo di band come Heilung o The Hu, ma la sensazione complessiva è di un disco che sfrutta stilemi doom, senza mai esserlo del tutto; oppure droni a volontà per creare atmosfere à la Sunn O))), ma più digeribili, in cui alla fine sono solo le linee vocali a prevalere e a emergere. Con tutta la ripetitività legata all’utilizzo quasi rituale di questo strumento naturale. Certo, in un paio di episodi emergono con più forza le personalità degli ospiti “metal”: “Etugen Eke & Od Ana”, dove il tocco di Matt Pike in modalità Sleep si sente, oppure “Sedna & Eliduc”, con Lori degli Acid King a imprimere il suo marchio su un brano che evoca riti e spettri; per non dire poi del coraggio di proporre un brano praticamente strumentale di oltre mezz’ora di durata in chiusura di un disco già intenso: “A-dkar Theg Pa”, che mette insieme membri di Ulver, Swans, Obsessed al servizio dei vocalizzi di Alexey dei Phurpa, ha un fascino che ricorda le sperimentazioni del compianto Jóhann Jóhannsson, ma appunto conferma come non sia il metal puro, né in termini di preminenza musicale, né di pubblico potenziale, il termine di riferimento di questo disco.

TRACKLIST

  1. Etugen Eke & Od Ana
  2. Garuda Khuresh
  3. Agloolik Igaluk
  4. Tamag & Ocmah
  5. Imdugud In Shambhala
  6. Peri To Ela Guren
  7. Sedna & Eliduc
  8. A-Dkar Theg Pa
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