MARILYN MANSON – Heaven Upside Down

Pubblicato il 26/10/2017 da
voto
6.0
  • Band: MARILYN MANSON
  • Durata: 47.20
  • Disponibile dal: 06/10/2017
  • Etichetta: Loma Vista Recordings
  • Distributore: Warner Bros

Non c’è verso di fare in modo che il Reverendo non voglia ripercorrere i vecchi tropi, piuttosto che espandersi verso un universo più consono al suo attuale status simil-afono. “Heaven Upside Down”, precedentemente annunciato con il nome di “Say10” e poi protratto fino a Ottobre di quest’anno, sembra quasi un album precedente al quasi del tutto riuscito – pur coi suoi limiti – “The Pale Emperor”, che aveva mostrato una sorta di colpo di coda di un artista che decideva di avvicinarsi a tonalità più blues/rock westhollywoodiane, con risultati piuttosto funzionanti e vicini ad un certo filone di alt-pop e art-rock ritornato in voga. Con questo decimo album sembra che Mr. Warner abbia deciso di ripetere quello che già si era trovato negli abbastanza mediocri lavori “The High End Of Low” e “Born Villain”, quasi come a salvaguardare quelle che sono sempre state le sue coordinate di suono principali, o quasi a voler dimostrare che l’innovazione non rientra nei suoi interessi principali. L’introduttiva “Revelation #12” (che non era – come si legge in un’intervista – destinata ad essere in questa posizione nella prima data di uscita a Febbraio)  è una copia di una qualsiasi “No Reflection”, che manca di mordente e di naturale appeal di suono, soprattutto nell’ottica di un’opener per un album che destava non poche aspettative, sembrando quasi posticcia e aggiunta a tavolino, come sembra in effetti essere stata. Anche dal vivo il brano, posto in apertura dell’ultimo tour, risulta quantomai evitabile, alla luce di tutto il materiale (anche recente) di miglior fattura. Il livello di groove si alza con “Tattoo In Reverse”, dove un beat elettronico e delle corde vibrano con un sound non più ‘da poco’ come la precedente, inquadrandosi in un buon brano che ricorda i vecchi (e forse ultimi fasti) di “Golden Age Of Grotesque”. La scelta di un singolo come “We Know Where You Fucking Live” (anch’essa debolissima dal vivo) è anch’essa sintomo di una debolezza di materiale e, laddove avrebbe potuto emergere qualcosa di più significativo, esce un brano che funziona fino al minimo indispensabile, senza entrare in nessun tipo di memoria stabile e senza risultare eccessivamente radiofonico. Ben migliore risulta invece la triade successiva, con una iniziale “Say10”, ottima song da presentazione del disco, a differenza delle altre due, che inquadra Mr. Warner in quelle cose che ultimamente gli riescono ancora bene, come “Mephistopheles Of Los Angeles” del precedente, anche se i giochi di parole come questi rimangono all’appannaggio di un qualcosa che quasi si allontana – non si capisce quanto volutamente – da un significato che un tempo si cercava di dare ai propri lavori (sembra secoli fa quando si scriveva “Speed Of Pain”). Delle medesime tonalità del precedente album risulta “Kill4Me”, reminescente anche di “Eat Me, Drink Me”: una canzone che funziona senza dubbio, senza copiare i suoni di “Portrait Of An American Family” come alcune delle precedenti, ma avvicinandosi a qualcosa di diverso e più vicino a una mancanza – quasi naturale – di originalità. Buona anche “Saturnalia”, con il basso di Twiggy che in momenti come questi riesce a risultare ancora perfettamente funzionante, laddove le chitarre del produttore Tyler Bates fungono da contrappunto e non da reminder del ‘marcio’ anni Novanta. Sembra forse questo l’aspetto più negativo di quanto c’è invece di bello in questo decimo lavoro, insieme all’impianto lirico e contenuto.  I testi del vecchio Reverendo si annoverano qui  tra i più scadenti per un artista della sua caratura, nascondendo un deficit di classe che da un grande innovatore della sua generazione non sembra ammissibile, soprattutto per una stima che in un modo o nell’altro si continua a nutrire per il personaggio. ” Je$u$ Cri$i$” ne è uno degli emblemi fondamentali, fondandosi su un qualcosa che non scandalizza, non provoca shock, non ammalia neanche più nessuno, come un format hip hop da dover recitare per sembrare ancora la star dello shocking rock con le medesime coordinate di sempre. Sul finale troviamo forse alcuni tra i brani migliori, tra cui sicuramente “Blood Honey”, una semi-ballad che sembra ancora ‘sentita’, una title-track che, anche senza essere memorabile, dà un’intenzione che avrebbe dovuto essere quella principale del disco, un po’ à la David Bowie e meno rivolta ad un’aggressività di facciata, e una chiusura soft-rock degna di nota che è “Threats Of Romance”, forse una delle migliori del disco. “Heaven Upside Down” rispecchia la sua gestazione: un album rifinito in seguito, poco coeso, dove ci sono dei buoni brani e altri riempitivi uniti per dare un’unità che non emerge, non ammalia, non ri-avvicina al mito che il Reverendo è stato. E, per i fan che la vedono in questo modo, è decisamente un peccato. Per altri, il decimo album di Manson sarà un altro album semplice che piace ascoltare senza tanti fronzoli. In entrambi i casi, “Heaven Upside Down” è lontano dal deludere completamente ma anche dall’emozionare del tutto.

TRACKLIST

  1. Revelation #12
  2. Tattooed In Reverse
  3. We Know Where You Fucking Live
  4. Say10
  5. Kill4Me
  6. Saturnalia
  7. Je$u$ CrI$i$
  8. Blood Honey
  9. Heaven Upside Down
  10. Threats Of Romance
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