MARILYN MANSON – We Are Chaos

Pubblicato il 11/09/2020 da
voto
6.5
  • Band: MARILYN MANSON
  • Durata: 00:42:30
  • Disponibile dal: 11/09/2020
  • Etichetta: Loma Vista Recordings
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“We are sick, fucked up and complicated / We are chaos, we can’t be cured”

Diciamocela tutta: ad ogni nuova uscita, ogni nuovo singolo, ogni nuovo video o cover del Reverendo ci mettiamo di cuore sperando di vedere qualche barlume – vecchio o nuovo – che possa riportare Mr. Warner nell’Olimpo dei nostri dei. E questo è probabilmente un pregio per chiunque: riuscire ancora a destare attenzione, speranza, alte aspettative, nonostante – non lo si può negare – un ultimo periodo (decidete voi quanto lungo) di performance scadenti e album sottotono.
“Heaven Upside Down” era un altro mezzo lavoro con qualche brano interessante, ma anche filler, ripetizioni, canoni triti e ritriti immersi ogni tanto in qualche vecchia scorribanda distorta; ma comunque  aveva abbandonato quelle tonalità che (il nettamente migliore) “Pale Emperor” aveva almeno tentato di inserire, pur non brillando eccessivamente di luce propria. Lo spettro di quello che si è stati, le chitarre industrial scuola Nine Inch Nails, le vecchie urla sembrano non volersi mai spegnere del tutto, e questo – probabilmente – risulta un masso troppo pesante da sopportare, soprattutto in sede live, dove ormai piange il cuore a sentire le “Coma White” di turno strascicate come cenci luridi da mostrare per forza. Oltretutto con una band alle spalle che – tutto sommato – è quasi sempre da considerare di serie C. Almeno per uno che fa ancora campagne per Saint Laurent, che è stato (ancora nel 2019) nominato tra gli uomini più alla moda, che è in “Young Pope”, “American Gods”, “Sons Of Anarchy”, e che ha venduto milioni di dischi. E che – come dicevamo, appunto – riesce ancora a godere di grandi aspettative.
“We Are Chaos” è stato certamente un singolo che aveva destato interesse. “Dai che stavolta Manson ha finalmente capito che fare il metallaro non gli si addice più” avevano pensato molti. E anche se colpevolmente in ritardo, l’influsso Bowie (quello datato, non certo quello di “Black Star”) poteva essere un nuovo toccasana.
Il passo decisivo non viene fatto, lo si dica pure. E ancora per la maggior parte dei brani il caro Brian tenta di essere sempre il Manson dell’ultima parte della carriera, quello più debole, naturalmente. Vedi l’opener, “Red Black And Blue”, in cui si gioca ancora coi six six six, divenuti qui sick-sick-sick, così come era stato nel triste gioco di parole Satan/Say-ten del precedente. Anche basta, sinceramente. Così come anche quelle distorsioni da metallari da plugin di Pro Tools nel canonico break del ritornello: le abbiamo già sentite. E da uno come Shooter Jennings – che collabora in tutto il disco con Manson – ci si aspetta ben altra pasta. Quando si è deciso che l’espressione musicale non esiste più, togliendo completamente le esecuzioni dei musicisti, oltre al ‘tocco’ e alle dinamiche (“che roba vecchia”, si saranno detti…), almeno dal punto di vista degli arrangiamenti, ci si aspetta veramente un po’ di più.
Fortunatamente, però, anche se mischiata con questi bassi revival senza cuore e idea, l’espressività più pop-oriented, radiofonica, quasi da Elton John goth, gioca le sue carte migliori in molti momenti del disco. E abbraccia un po’ tutto il sentore di questo undicesimo (undicesimo… ma davvero?) lavoro del Reverendo. La struggente e malinconica “Don’t Chase The Dead” segue infatti il buon singolone apripista, risultando un ottimo brano à la “Eat Me, Drink Me”, con un chorus e un piglio di quelli che a Manson riescono ancora bene. Prosecuzione a tinte rosacee per “Paint You With My Love”, dove la love ballad assurge i toni più consueti da film adolescenziale americano, scritto da un qualsiasi produttore pop del caso, ma inserita in un contesto come questo, con un finale in crescendo, riesce ancora a destare piacevolezza, mentre quel tono grottesco tipico del buon Manson funziona ancora. Qui, senza grandi idee o intuizioni, Jennings fa vedere che sa fare il suo mestiere. Anche se in molti si domanderanno come si possa sbagliare una canzone così scontata avendo al microfono uno come Manson… ma questo è un altro discorso.
I toni permangono quelli delle semiballad radiofoniche grottesche, dal colore nero-rosa, e c’è da dire che funzionano quasi tutte, regalando la parte migliore di questo lavoro. “Half Way & One Step Forward” risulta infatti un po’ l’emblema di questo disco. Un brano semplice (il giro di tastiera è davvero da scuola media), i suoni sono quelli vecchiardi da cui non si è ancora riusciti a liberarsi, e il tutto è già sentito. Eppure, già, è proprio qui che Manson rivela la sua intensità più mite, malinconica, semplicistica, non giocando più a fare il divo dello shock-rock ma ritrovandosi a condividere un bel brano triste con i suoi vecchi fan. Magari guardando i suoi quadri espressionisti, i suoi vecchi trampoli hollywoodiani o i suoi tuxedo, o, ancora meglio, il suo vecchio make up e la sua dentiera di metallo.
A metà strada dal passo in avanti, dunque. Ed è lì che si setta questo “We Are Chaos”, tra la ballad scontata ma comunque riuscita e una ripresa dei soliti clichè piuttosto inutili, con la grande conseguenza di peccare in omogeneità e fare un collage miscellaneo che impoverisce le parti in gioco. Quella più hard e quella più soft.
Già, perché entra subito “Infinite Darkness”, un pezzo fiacco, debole, che fa veramente il verso al Manson che non ci piace più e ricorda il “Born Villain” più scontato e indifferente, a partire dal nome. Con “Perfume” si cerca di riprendere i toni più goderecci e bluesy del singolo mansoniano à la “Golden Age Of Grotesque”: non male, effettivamente, ma un tono di questo genere viene purtroppo appesantito, risultando un po’ fuori luogo in una scaletta come questa, in particolare dopo un brano come il precedente, e prima di uno che avrebbe potuto essere tra i migliori del lotto, “Keep My Head Toghether”, che piazza un po’ di quel garage rock che potrebbe  (a differenza dell’industrial metal datato creato in studio) far risultare anche la parte ‘cool’ del Reverendo ancora ben oliata e funzionante. Soprattutto quando capisce che restare al passo coi tempi non vuol dire fare la controfigura di se stesso. E il blues-rock revival resta ancora una sorpresa per i suoi toni. Anche senza i ritornelloni memorabili e i giochi di parole con Satana e il numero della Bestia. “Solve Coagula” e la sua cassa in quattro iniziale, i suoi synth e la sua chitarra acustica intimista ricordano i migliori precedenti del disco, quelli più riflessivi, ma anche più miti, e decisamente più funzionanti. “I’m not special, I’m just broken, and I don’t want to be fixed”: l’autocompiacimento, l’autocommiserazione, i soliti standard, ma va bene così, si può far bene anche con queste cose che sappiamo già. Chiude il resoconto malinconico un’altra ballad su un altro tema canonico (per non dire stantio) della discografia mansoniana, “Broken Needle”, che oltre alla consueta mancanza di idee, ce la fa ancora a strappare qualche accendino in aria, grazie ad un finalone struggente, anche se plasticoso e ‘a tavolino’, per chiunque sappia cosa vuol dire suonare, produrre e ‘sentire’ veramente la musica dietro i suoni.
Ancora una volta Manson si salva probabilmente per un pelo, con un altro album concepito a collage delle canzoni che ha partorito negli ultimi mesi, senza una grande idea di concept, senza un immaginario innovativo in alcun modo, come ci ha ampiamente abituato negli ultimi quindici anni ormai. Nessun nuovo vestito, nessun nuovo look, niente di nuovo da dire da un lato, e qualche rintocco di quel blues losangelino da piano bar, qualche ballad da malinconia da cameretta, e qualche bel ritornello dall’altro riescono ancora a farci aspettare – prima o poi –  il grande ritorno di un mito. Che sia forse questo già un piccolo successo?

TRACKLIST

  1. Red Black And Blue
  2. We Are Chaos
  3. Don't Chase The Dead
  4. Paint You With My Love
  5. Half Way & One Step Forward
  6. Infinite Darkness
  7. Perfume
  8. Keep My Head Together
  9. Solve Coagula
  10. Broken Needle
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