8.0
- Band: MARTRÖÐ
- Durata: 00:36:40
- Disponibile dal: 12/12/2025
- Etichetta:
- Debemur Morti
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L’esplosione della scena black metal islandese è stata uno degli sviluppi più significativi e positivi degli ultimi due decenni all’interno del genere.
Pur vantando già una tradizione musicale ricca e consolidata — basti pensare a Björk, ai Sigur Rós o ai primi vagiti estremi di Potentiam, Árstíðir Lífsins, Fortíð e Sólstafir, è con la pubblicazione di “Flesh Cathedral”, debutto degli Svartidauði, che prende forma un vero e proprio nuovo movimento. Da quell’epicentro creativo sono nate e si sono affermate diverse band, molte delle quali hanno poi dato alle stampe album di grande spessore negli anni successivi.
Tra queste realtà figurano i Wormlust, progetto di H.V. Lyngdal che, con “The Feral Wisdom”, avvia un sodalizio con Alex Poole (Chaos Moon, Krieg, tra gli altri), collaborazione che sfocerà nei Martröð, sorta di supergruppo che, a fasi alterne, ha annoverato tra le sue fila membri di Blut aus Nord, Leviathan e Misþyrming. Il collettivo pubblica un unico EP nel 2016, “Transmutation Of Wounds”, accolto con relativo entusiasmo e capace di alimentare grandi aspettative per il futuro.
Dopo quasi dieci anni e un completo cambio di formazione che lascia al comando i soli Lyngdal e Poole, vede finalmente la luce il debutto “Draumsýnir Eldsins”.
Considerando il passato dei due musicisti, la definizione più immediata della loro proposta è quella di un black metal dissonante e moderno, coerente con la violenza della scuola islandese e con lo spirito avanguardistico di band come Akhlys e Deathspell Omega. Si tratta di un lavoro claustrofobico e a tratti impenetrabile, che fonde atmosfere oppressive e psichedeliche con una scrittura variegata, quasi orchestrale e volutamente destabilizzante in cui, anche nei momenti di apparente quiete, permane un senso di inquietudine perenne.
Pur essendo Lyngdal e Poole il nucleo creativo, l’album nasce da una collaborazione più ampia: al basso troviamo Magnús Halldór Pálsson, le cui linee tecniche e dal gusto progressivo valorizzano le complesse architetture chitarristiche, mentre alla batteria Poole arruola Jack Blackburn (già nei Chaos Moon), autore di una prova tanto furiosa quanto tecnicamente ineccepibile.
A completare questo affresco di follia controllata intervengono alcuni ospiti, quali la violoncellista Olivia Wilding, il percussionista dei Sinmara Bjarni Einarsson e il collettivo ritual ambient NYIÞ: le loro presenze si fanno sentire soprattutto nell’apertura e nella chiusura del disco, contribuendo a potenziarne l’aura ultraterrena in modo sottile ma significativo.
Con soli quattro brani da poco meno di dieci minuti ciascuno, l’opera si rivela un’esperienza densa, capace di suscitare allo stesso tempo sgomento e inquietudine. Le influenze dei capisaldi del black metal dissonante sono percepibili, ma i Martröð hanno il pregio di mantenere una propria identità, offrendo un’espressione di violenza sonora diversa anche rispetto all’EP precedente.
Ciò che colpisce davvero è l’impatto emotivo, la reazione fisica e mentale che la musica riesce a generare, con picchi d’intensità come nella iniziale “Sköpunin”, perfetto tributo all’angolarità dei Deathspell Omega con una seconda metà in cui vuoti ambientali e cori infernali collassano su se stessi; più psichedelica “Líkaminn”, che veste la propria coltre oppressiva con influenze quasi post-punk e un andamento spezzato e marziale.
Nessun calo neppure nella successiva “Tíminn”, capace di ricalcare gli stilemi dei brani precedenti aumentandone ulteriormente la componente estrema e raggiungendo velocità e momenti di intensità notevoli.
Discorso leggermente diverso va fatto per la conclusiva “Dauðinn”, vero e proprio delirio surrealista sulla scia di un disco come “Fas – Ite, Maledicti, In Ignem Aeternum”: momenti ambient, substrati sinfonici e dissonanze costruiscono strutture ultraterrene che collassano nel delirio finale di rumori e voci distorte e malsane, quasi a evocare gli incubi peggiori dei Gnaw Their Tongues.
Se per alcuni questo approccio sperimentale risulterà affascinante, per altri potrebbe apparire troppo caotico, eccessivo, persino parossistico. Ma è proprio qui, forse, che risiede il fascino di un lavoro come “Draumsýnir Eldsins”: un’arte visceralmente pura ed estrema, un disco che suscita reazioni immediate, contrastanti ed intense.
Uno dei migliori colpi di coda dell’anno in ambito black metal.
