7.0
- Band: MARTYRDOOM
- Durata: 00:37:51
- Disponibile dal: 24/04/2017
- Etichetta:
- Memento Mori
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Crepita ed emana il maleodorante olezzo di un oltretomba affamato di nuova carne macilenta il primo full-length dei polacchi Martyrdoom, “Grievous Psychosis”. I cinque ci introducono nella buia devianza attraverso suoni antichi, sfregiati, un grumo di ossa fracassate e materia organica andate a male, gettate in un fiume nerastro che scorre nelle vicinanze di un cimitero abbandonato, sul quale grava una spessa nebbia. Non possiamo che avere in testa un simile scenario, quando inizia a rumoreggiare l’opener “Betrayed Trust”, incatenata a una lentezza programmatica che rende pienamente giustizia al concetto di death-doom. I Martyrdoom non ci mettono molto a farci capire la loro cultura extreme metal, ce la sbattono in faccia senza tanti complimenti e circonlocuzioni, mettendo in primo piano un riffing denso e versatile, rassicurante per come si muove sfrontato nel rispetto dei dogmi dell’old-school death metal, fantasioso il giusto, nient’affatto avaro di cambi di registro e soluzioni repentine. L’amore per i suoni novantiani spinge i giovani musicisti esteuropei a darne una rivisitazione piuttosto ampia, visto che si ricorre a espedienti e umori cari a un numero assai elevato di scuole, amalgamati con raziocinio per consegnare alle tenebre canzoni di senso compiuto. Se infatti la prima qualità che si fa apprezzare dei Martyrdoom è l’equilibrismo fra atmosfera e brutalità delle parentesi più lente, arroccate in midtempo grevi che non rinunciano a speziature melodiche di ottimo livello, ben presto ci si lascia andare all’headbanging delle aperture ignoranti in assonanza ai vecchi Entombed, se non addirittura debitrici dei Possessed. Colpire allo stomaco e ingenerare terrore non sono, per i ragazzi di Varsavia, concetti antitetici, eccoli allora spaziare da riff profondi memori degli ideali degli Incantation, a scorticamenti sempre cupissimi ma più agili che richiamano i primi due dischi degli Obituary, se non appunto la scuola svedese oppure, quando la pesantezza reclama il suo tributo, le lerce esplicitazioni death metal promanate dalla Finlandia anche in tempi recenti. Quel che manca in songwriting, dove la scrittura accusa debolezza prevalentemente per la genericità degli stacchi più irruenti, è compensato da una prestazione al microfono sopra le righe. Il cantante/chitarrista Johnny dà una marcia aggiuntiva al disco con un growl profondo e selvaggio assommante le migliori caratteristiche di John Tardy, del primo Chuck Schuldiner, Patrick Mameli e L.G. Petrov; le coloriture dei brani cambiano e si vivacizzano soprattutto per merito di una voce che non solo asseconda il mood sonoro, ne è spesso il fattore trainante e la principale spinta emotiva. Primo passo di ottima fattura per i Martyrdoom, avranno presto di che far divertire gli appassionati del settore nei principali festival underground sparsi per l’Europa.
