6.5
- Band: MASTERPLAN
- Durata: 00:50:39
- Disponibile dal: 26/06/2026
- Etichetta:
- Frontiers
Ci sono voluti quasi tredici anni e un contratto con la Frontiers Records per poter risentire nuovo materiale da parte dei Masterplan di Roland Grapow – se escludiamo il dimenticabile disco di cover “Pumpkings”, omaggio agli Helloween, con i quali il chitarrista ha appunto suonato in passato.
Il quintetto teutonico torna sulle scene con questo nuovo “Metalmorphosis”, forgiato nel classico stile tedesco a metà strada fra power e progressive metal, al quale ci hanno abituati nel corso degli anni con innumerevoli album tra alti e bassi.
La formazione non è cambiata: al microfono c’è sempre Rick Altzi, al basso Jari Kainulainen, alla batteria Kevin Kott e alle tastiere Alex Mackenrott. Squadra che vince non si cambia? Insomma, non è sempre vero, visto che i Masterplan non riescono a imbroccare, da un po’ di tempo, un buon disco come si deve: sin dalla prima “Chase The Light” ci ritroviamo infatti nelle orecchie una band fieramente (ostinatamente?) ancorata ai propri cliché, seppur con quel tanto di grinta che contraddistingue il lavoro di Grapow alla sei corde, supportato come sempre da un parterre di musicisti di livello altissimo, tutti con un passato in formazioni più o meno note della scena power mondiale.
Musicisti bravissimi, certo, soprattutto per quanto riguarda Kainulainen e Kott e la loro sezione ritmica, mentre Rick Altzi fa del suo meglio per tenere ancora una volta il passo con i fasti dell’indimenticato Jorn Lande; anche i riff ci sono, ma si avverte comunque una certa stanchezza anche in brani pensati per dare la carica come “Electric Nights”. Non c’è mai una canzone che osi anche solo accelerare rispetto a un normalissimo quattro quarti, come nel caso della title-track “Metalmorphosis”, la quale purtroppo non decolla mai davvero, nonostante un ritornello che ricorda la canzone folk tradizionale “Greensleeves”.
Peccato, perché qualche buona idea c’è, come le influenze orientaleggianti in “Pain Of Yesterday” e quelle più vicine a band come i Kamelot in “The Call”, a dimostrazione di come, a livello di composizione, Grapow e soci siano ancora in grado di scrivere buoni brani.
La sensazione principale per tutta la durata del disco è invece di ‘già visto’ e ‘già sentito’; sicuramente a nessuno dei musicisti manca la grinta, ma è seriamente difficile arrivare alla fine sentendosi soddisfatti dalla qualità compositiva ed esecutiva della band.
“Metalmorphosis” piacerà sicuramente a chi ha apprezzato questo nuovo corso dei Masterplan (ammesso che qualcuno ci sia), ma i livelli dei primi quattro album (fino a “Time To Be King”, per capirci) sono ben distanti da dove Grapow e soci si trovano adesso.
Forse sarebbe stato meglio per loro puntare un po’ meno sul virtuosismo e più sulla scrittura di canzoni smaccatamente progressive, cercando di imprimere una svolta decisa al sound power teutonico duro e puro: peccato, perché con una formazione del genere sarebbe possibile scrivere dischi semplicemente mirabolanti, anziché compitini per provare a rientrare in carreggiata con un disco che non rischia di scontentare, ma neanche di accontentare, proprio nessuno.
