7.5
- Band: MASTER'S ASHES
- Durata: 00:39:33
- Disponibile dal: 17/04/2026
- Etichetta:
- Time To Kill Records
Master’s Ashes, le Ceneri del Padrone; “How The Mighty Have Fallen”, ‘come i potenti sono crollati’; quanto di apocalittico e speranzosamente attuale evocano il moniker di questa nuova band ed il titolo del suo primo lavoro sulla lunga distanza!
In un’epoca storica in cui i padroni dominano in modo prepotente, arrogante e sempre più pericoloso sul resto della popolazione occorrono come l’aria tali spiragli di luce – seppur decadente e vespertina – a ricordarci da che parte deve riemergere il giusto e da quale parte deve inabissarsi per sempre lo sbagliato: i Master’s Ashes lo fanno con una precisione certosina, una veemenza corroborante e, soprattutto, quella chimica inossidabile che deriva da coordinate spazio-temporali di capacità, coincidenze, abilità e ferrea volontà capaci di farceli piacere ed ammirare fin dai primissimi minuti di ascolto; scriveremmo addirittura di disco ‘resiliente’, se non disprezzassimo parecchio l’abuso del termine.
D’altronde quasi tutti i nomi coinvolti in questa sorta di supergruppo underground sono una garanzia di qualità e ‘voce in capitolo’: partiamo dal più famoso del sestetto, il canadese Eric Forrest, cantante e bassista su “Negatron” e “Phobos” dei Voivod, qui chiamato ad abradere con dense scatarrate il microfono; poi – secondo noi pieno fulcro del progetto – i due ex Crisis Afzaal Nasiruddeen e Fred Waring III: il chitarrista pakistano ad elevarsi a ruolo di principale compositore della band, il batterista americano ad imbastire pattern tanto potenti e basici quanto in grado di trascinarsi appresso tutti gli altri; Dan Kaufman, ex Mindrot ed ora nei Destroy Judas, prende le redini della seconda chitarra, mentre la line-up è completata da Jeff Golden al basso (ex Crowbar ed attualmente session live con i Six Feet Under) e da Katie Crimson alle tastiere, quest’ultima reduce dall’esperienza nei The Convalescence.
Dopo aver inquadrato un attimo l’alone plumbeo in cui la formazione muove i suoi primi gattonamenti ed averne elencato i membri, passiamo a delineare meglio la musica proposta nel riuscito esordio “How The Mighty Have Fallen”.
Primo appunto da fare, inevitabile: questo avrebbe potuto benissimo essere il disco del rientro sulle scene per i Crisis, in quanto l’imprinting di Afzaal sulle composizioni è nettissimo, grazie al mix di noise, stoner, sludge, punk, hardcore, doom, apocalisse, psichedelia e sapori mediorientali che viene emanato dai solchi del disco. Chiaro, la voce di Karyn (voce e figura centrale per i Crisis) avrebbe letteralmente spaccato in due le composizioni qui presenti, ma anche la brutalità e le grida sgraziate di Forrest fanno ampiamente il loro, e fanno solo alla lontana rimpiangere l’illusione di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato.
I groove assurdi, la potenza, la ruvidità della produzione, la sensazione di essere sempre in sospeso tra esplosioni, implosioni e crolli nevrotici tengono avvinghiati senza altra soluzione di sorta all’ascolto del platter, quaranta minuti che vanno giù nel gargarozzo freschi e rassicuranti come il primo sorso di birra dopo un pogo terremotante. Le melodie sinistre e circolari che sgorgano dalla penna dei Nostri ipnotizzano sempre più ad ogni passaggio, e Forrest sembra urlare con più foga dopo ogni fruizione.
La tracklist di “How The Mighty Have Fallen” è decisamente uniforme e snella, ma anche ben definita e organizzata.
Anche qui, a ben vedere, troviamo delle analogie con i Crisis e con la loro ultima testimonianza di vita (“Like Sheep Led To Slaughter” del 2004): i tre brani più brevi, l’introduzione “Preface”, l’intermezzo “Interzone” e la chiosa “Epilogue” ricalcano grosso modo le tre tracce simili presenti sul disco citato, ovvero recitazioni di presagi di catastrofi imminenti con sottofondi rumoristici e noise; tolto questo trio di episodi atipici, le restanti otto tracce evolvono omogenee tra strutture dalle caratteristiche descritte già più sopra, ovvero imperniate su incedere monolitici e corrosivi, cadenze più o meno dinamiche e orecchiabili, andamenti a volte ondeggianti, a volte spigolosi come saette, mentre il buon Eric Forrest, sopra tutto tale macinare di note, mette pressione con una prova pregna di passione, rabbia e intensità.
Non manca un’attenzione certosina ai dettagli e agli arrangiamenti, che vengono fuori magari dopo qualche serie di ascolti approfonditi, quando il preziosissimo apporto delle tastiere e dei synth di Katie Crimson viene fuori dai sotterranei stratificati del suono.
Insomma, diciamola tutta: il voto che vedete qui sopra può sembrare forse un tantino ingeneroso rispetto a quanto esplicato a parole in questo testo, ma le ragioni ci sono: un difetto l’album ce l’ha, ovvero una ancora marcata ripetitività, e proprio per questo, appunto, ci piace lasciare un ampio margine di miglioramento per il futuro, perchè siamo convinti che la paletta di colori a disposizione di questo gruppo abbia ancora tante sfumature da scoprire e sperimentare.
Giusto per indicarvi i nostri brani preferiti, invece, vi consigliamo di puntare in pieno su “The Deceptive Cadence”, “Beginning Of The End” e il trittico a titolo “Divert The Conflict”.
Nei Master’s Ashes, dunque, ci sono i Mastodon e gli Unsane, ci sono i Crisis e i Crowbar, i Pantera e i Neurosis, c’è il vecchio che non teme il nuovo e resta al passo con i tempi, il vecchio che non è mai andato fuori moda, ma soprattutto c’è il vecchio che ha ancora da insegnare ai giovani e che ha la volontà di ribellarsi allo status quo, di rivoltare quanto già scritto, di tramandare alle generazioni odierne che, come non è mai esistito nessun dio, allora può non esistere anche nessun padrone.
No Gods, No Masters.
