MASTODON – Emperor Of Sand

Pubblicato il 29/03/2017 da
voto
7.5
  • Band: MASTODON
  • Durata: 00:51:10
  • Disponibile dal: 31/03/2017
  • Etichetta: Reprise Records
  • Distributore: Warner Bros

Come è si è visto dalle reazioni suscitate dalle tre anticipazioni al nuovo album, le mosse dei Mastodon sono accolte dalle medesime nevrosi e (in)giustificate attese che caratterizzano l’operato dei  Metallica. Nella valutazione di quanto suona oggi una delle compagini più influenti degli anni 2000, vale più o meno lo stesso discorso che si fa per le superstar di San Francisco: bisogna dimenticarsi il glorioso passato fieramente sludge metal, accettando ciò che rappresenta la band oggi. Per “Emperor Of Sand” abbiamo a che fare con un concept articolato, è la Morte che incombe su di noi, rappresentata in questo caso dalla figura dell’Imperatore della Sabbia, che sogghigna pensando a quanto tempo buttiamo via inutilmente prima che egli possa accoglierci fra le sue braccia. E non lasciarci più. Il clima drammatico delle lyrics non si coniuga a un incupimento del sound e a un fluire rallentato e particolarmente pesante, tutt’altro. In termini di complessità “Emperor Of Sand” pare compiere un passo indietro rispetto all’eccellente “Once More ‘Round The Sun”, puntando in maniera più sfacciata all’orecchiabilità e a una scorrevolezza tipica del rock da classifica, anche se il marchio di fabbrica Mastodon non è andato fortunatamente perduto. Ciò che è stato suggerito dai primi tre pezzi datici in pasto, non corrisponde per forza a quello che l’album offre nella sua interezza, considerato che non c’è una linea comune così netta a tenere assieme la tracklist. Nonostante vi siano alcuni comuni denominatori. Il primo è dato dalla chiarezza del suono, cui ha contribuito in modo determinante Brendan O’Brien, produttore di “Crack The Skye”. L’enfasi va allora ancora più del solito sulle note alte delle chitarre e sui loro intrecci psichedelici, sognanti, che sfumano in un caleidoscopio etereo quando gli arpeggiati prendono la scena e si accompagnano a tastiere molto vintage. Evidente anche lo sbilanciamento verso le voci pulite, che se già avevano conquistato uno spazio enorme da “Crack The Skye” in avanti, qui assurgono a protagoniste indiscusse, circostanza da cui conseguono anche i refrain ‘leccati’ e pronti da essere sdoganati a un pubblico non per forza di estrazione metal. Ad eccezione di “Show Yourself”, probabilmente il pezzo più commerciale mai scritto dai Mastodon, fuori contesto anche per il clima nient’affatto aspro di “Emperor Of Sand”, non è andata smarrita la particolare idea di epos che i quattro si portano dietro da sempre. Elemento che da solennità e forza tangibile anche quando i pezzi sembrano scivolare via un po’ frivoli. Andando contro la logica di mercato, che vorrebbe i momenti forti piazzati nei primi minuti, si parte in maniera abbastanza interlocutoria, con “Sultan’s Curse” e “Show Yourself” che non abbinano all’indubbia immediatezza un tonnellaggio emotivo di rango. Va meglio con “Precious Stones”, giocata sull’ambivalenza fra riff massicci e scorribande rock orecchiabili, dove la chitarra acustica in sottofondo ai fraseggi elettrici – escamotage che tornerà più volte nel disco – dona brillantezza a un incedere fintamente leggero, che ha nel drumming sostenuto il suo punto di maggiore durezza. Entriamo veramente nel vivo con “Steambreather”, che fa finalmente sfogare l’estro ritmico e i vortici prog di tutti gli strumenti e si consegna infine al sing-along grazie alle pulitissime linee vocali di un ottimo Brann Dailor. Da qui si va in crescendo, aggiungendo particolari e sottigliezze, oltre che passaggi heavy rimasti sopiti in fase iniziale. “Roots Remain” attacca veemente e poi vaga, si abbandona all’abbraccio di atmosfere nebulose, diventa materia astratta, fondendo classic rock a cerebralismi che celebrano una comunione tra fruibilità ai massimi livelli e sperimentazione con i registri sonori più sensibili e toccanti. Come è notevole quanto accade in “Word To The Wise”, che sotto la spinta del mulinar di braccia e gambe di Dailor e di un cantato mansueto ma molto lirico ci lascia estasiati, facendo leva sul contrasto tra chitarre quasi gracili e una sezione ritmica elefantiaca. Liberi da impedimenti, i Mastodon aprono le chiuse e lasciano sgorgare un misto di rock effettato e levigato, sludge patinato e progressive rock ammansito di intellettualismi, mettendo in fila tre potenziali singoli turbolenti e immaginifici come “Ancient Kingdom”, “Clandestiny” e “Andromeda”. Delizioso il flavour hippie, da trip acidulo, che tracima a sorpresa e interrompe tirate irrequiete e mai banali, che potremmo definire semplicemente hard rock, ma lo sono in una maniera che può essere ascritta solo ai Mastodon medesimi. Mentre “Scorpion Breath” sfodera gli artigli e quasi ricongiunge all’identità assunta fino a “Blood Mountain”, denotando all’occorrenza un’invidiabile grinta, “Jaguar God” allunga la tradizione di grandi suite di chiusura tipiche della discografia passata: è tutto al posto giusto, dall’avvio tenue, all’improvvisa tempesta, seguita da una galoppata adrenalinica, profluvi di assoli cristallini e un finale denso di presagi, mentre la musica si addormenta definitivamente. Dopo un inizio in sordina, “Emperor Of Sand” rimette le cose a posto poco per volta, scacciando i cattivi pensieri dalla testa e riconsegnandoci dei Mastodon per l’ennesima volta lucidi, convincenti, instancabili nell’esplorare il rock dall’interno, donando magia e grande pathos pur lottando entro confini più rassicuranti e certi di quelli che avevano con grande impeto divelto nei primi anni di carriera.

TRACKLIST

  1. Sultan's Curse
  2. Show Yourself
  3. Precious Stones
  4. Steambreather
  5. Roots Remain
  6. Word to the Wise
  7. Ancient Kingdom
  8. Clandestiny
  9. Andromeda
  10. Scorpion Breath
  11. Jaguar God
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