7.5
- Band: MATTEO MANCUSO
- Durata: 00:40:40
- Disponibile dal: 21/07/2023
- Etichetta:
- The Players Club
E’ il 2 gennaio 2014 e un teenager palermitano di nome Matteo Mancuso, nascosto in una felpona nera, approda su YouTube grazie ad un video in cui suona “Technical Difficulties” di Paul Gilbert con una bella Gibson SG rosso fiammante. Il pezzo è suonato molto bene, con il giusto tocco, le dinamiche che ci si aspetterebbero e un suono azzeccato. La ciliegina sulla torta è che il pezzo è suonato esclusivamente con le dita, senza plettro, come farebbe un chitarrista classico insomma; opera questa che lascia a bocca aperta considerando che il brano, come sottolineato dal titolo stesso, di difficoltà tecniche ne ha tante.
Molta acqua è passata sotto i ponti dal primo video caricato sul suo canale, e questo tempo ha permesso al ragazzo siciliano di maturare ed ottenere una buona visibilità costruita su partecipazioni ad eventi di rilievo nel mondo della chitarra come il NAMM del 2019 o inviti su palchi importanti come quello della PFM, che lo chiama a sostituire il loro chitarrista nella registrazione del live a Lugano, fino al duetto con Andrea Braido (ex Vasco Rossi, Mina, Zucchero) durante il GuitarSciò del 2022. Nell’ultima decade Matteo Mancuso è riuscito a convincere e ad attirare i riflettori su di sé suscitando l’attenzione di personalità di spicco dell’ecosistema chitarristico mondiale: “L’ho visto suonare e sono rimasto a bocca aperta” commenta uno Steve Vai incredulo, “è un virtuoso tra i virtuosi” fa eco Tosin Abasi (Animals As Leaders) quando lo vede muovere le sue dita sulla chitarra.
Fast forward al 21 luglio 2023, esce “The Journey”, il primo album solista di un Matteo Mancuso ormai venticinquenne e pronto a farsi concretamente strada nel mondo della musica.
L’album, chiaramente costruito intorno al tema del viaggio, apre con “Silkroad”, quasi un tributo all’anima errante di Marco Polo e ai suoi racconti de “Il Milione”. La via della seta di Mancuso si tinge però di tinte scure, macabre e poco rassicuranti e il pezzo che ne esce è un brano piuttosto heavy con forti influenze jazz che rimandano ai brani più cupi dei Dream Theater o alle atmosfere dark di John 5. Dopo un intro forte e deciso, i colori si addolciscono passando a “Polifemo”, la seconda traccia dell’album. Il ciclope descritto da Mancuso si distacca molto dal mostro sanguinario beffato dall’astuto Ulisse, e somiglia più ad un raffinato gentiluomo che si gode della buona musica in doppiopetto e monocolo.
“Polifemo” è un pezzo prettamente jazz in cui una chitarra elettrica si intreccia giocosamente ad un pianoforte e insieme saltellano su un frizzante grove di batteria. Il pezzo è gradevole e facilmente digeribile, anche grazie ai suoi fraseggi articolati ma al contempo cantabili. Il rock torna protagonista con “Drop D”, il primo singolo rilasciato con tanto di video. Mancuso punta su ingredienti semplici, una batteria dritta, un riff asciutto e una linea melodica accattivante, spezzata solo da un intermezzo di basso che alza la testa e si prende il suo meritato momento di gloria. Tanto grove, un distorto caldo e un bel solo di chitarra chiudono un brano fatto di pochi fronzoli e tanto rock. Il testimone viene passato a “Blues For John” quasi a seguire un pattern già visto all’inizio dell’album e basato sull’alternanza tra pezzi più aggressivi seguiti da composizioni blues/jazz. Il brano inizia come un agile be-bop che ci trasporta su un groove di batteria fino a farci tornare in quei fumosi jazz club americani degli anni Cinquanta, in cui un fortunato appassionato di musica avrebbe potuto stringere la mano a Miles Davis o John Coltrane. Il pezzo è fresco, accattivante e camaleontico, specialmente quando Mancuso passa dal jazz al blues quasi a voler inglobare diversi stili, testando sonorità che si sporcano e tornano pulite a seconda del feeling che il chitarrista vuole trasmettere.
“Blues For John” è forse il pezzo in cui Matteo Mancuso preme di più sul pedale del virtuosismo e si sbizzarrisce in fraseggi veloci e arpeggi fulminei, che bene si sposano con le ritmiche, piuttosto andanti, del brano. Con il pezzo successivo, “Time To Live”, la sperimentazione torna padrona sulle corde di nylon di una chitarra, questa volta, classica. Il pezzo, pur non essendo il più interessante dell’album, trasmette bene quei sentimenti agrodolci che si provano quando arriva il momento di andare via, anche grazie alle sonorità arabe su cui il spesso ricade.
Il primo album solista di Matteo Mancuso si chiude con “The Journey”, che riprende il titolo del disco e vede la collaborazione del padre Vincenzo, ache lui musicista professionista. La ballata acustica è, ad opinione di chi scrive, uno dei brani più belli ed orecchiabili dell’intero album, dotato di una semplicità e una dolcezza unici dove i virtuosismi scompaiono e i suoni sporchi e rock lasciano il posto ad un sognante duo di chitarre classiche. Chiudendo gli occhi sembra quasi di vedere padre e figlio suonicchiare spensieratamente, abbozzando un paio di arpeggi e chiacchierando sotto il portico di casa, all’imbrunire, dopo una lunga giornata calda.
“The Journey” è un bell’album, solido sotto molti punti di vista, ben registrato e, soprattutto, ben suonato. Ascoltando l’opera si capisce chiaramente come Mancuso abbia puntato sulla melodia, sul buon suono e sulla musicalità, combattendo attivamente contro la tentazione di annegare il tutto in un esercizio ginnico basato sul mero virtuosismo. In “The Journey” troviamo un artista che si affaccia coraggiosamente su un mondo spinoso ed elitario come quello della chitarra elettrica, rilasciando un lavoro solista in cui la ricerca e la sperimentazione la fanno da padrone.
Se da un punto di vista ci troviamo davanti ad un artista che deve ancora raffinare la sua voce trovando una direzione chiara, dall’altro dobbiamo ammirare la maturità artistica raggiunta, già in un album di esordio, da un ragazzo che, alla fine dei giochi, ha poco più di venticinque anni. Siamo ancora lontani da pietre miliari come “Passion And Warfare” di Steve Vai o “The Extremist” di Joe Satriani ma di certo non possiamo che essere d’accordo con il commento che uno stupito Al Di Meola ha fatto parlando di questo giovane chitarrista: “Come ha fatto a diventare così bravo in così poco tempo?”.
