8.0
- Band: MAYHEM
- Durata: 00:58:40
- Disponibile dal: 06/02/2026
- Etichetta:
- Century Media Records
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Sembra quasi incredibile, in una storia ultraquarantennale e così significativa come quella dei Mayhem, parlare di quello che è ‘solamente’ il settimo disco.
Pochi ma buoni, ci verrebbe da dire, per quanto di detrattori di tutto quanto uscito dopo “De Mysteriis Dom Sathanas” la band norvegese ne abbia parecchi.
Ecco, non siamo tra questi, e soprattutto ci ha sempre colpiti, al di là dell’esito assoluto di ogni loro nuovo capitolo discografico, la ricerca di strade nuove nella continuità e nel rispetto di un nome che è un unicum nella storia del metal estremo; un obiettivo che viene rispettato appieno in questo nuovo “Liturgy Of Death”, e che conferma come l’ultimo ventennio della loro carriera, con il ritorno dietro il microfono di Attila Csihar, sia stato un crescendo continuo.
Certo, non privo di intoppi o titubanze: per passare da “Ordo Ad Chao” alla piena maturità di oggi, i Mayhem hanno dovuto lavorare parecchio (e trovare anche un compositore davvero di peso e brillante come Teloch), e parimenti il loro attuale status da macchina da guerra live è passato attraverso almeno un paio di tour che oltre alla scenografia offrivano ben poco. Con una sola costante su entrambi i fronti, ossia il succitato Attila.
Per certi versi, potremmo ridurre all’osso questa recensione incensando il suo lavoro: a livello di testi, qui di una profondità filosofica rara, della strepitosa versatilità vocale, della capacità di sottrarsi dove le chitarre necessitano di andare in primo piano – mai banalmente – e di essere imperioso dove la sua teatralità può guidare la band verso vette di Male in musica.
Da questo punto di vista – e il cantante ce l’ha confermato tra le righe nell’intervista che potrete leggere presto sul nostro sito – “Liturgy Of Death” è una sorta di concept dall’estrema coesione e continuità, in cui il filo conduttore della morte, declinata come salvifica, ineluttabile o terrificante a seconda dei brani, vive dietro l’interpretazione di questo colto, curioso e temibile demiurgo. Trasfigurata alla bisogna, come accade fisicamente allo stesso Attila quando sale sul palco.
È un disco che si muove sinuoso come una lunga opera in più segmenti, in cui l’alternanza di violenza, catarsi e momenti intimisti crea una tensione rara: dalle movenze sinfoniche e abrasive dell’opener “Ephemeral Eternity” (con ospite Garm degli Ulver), il disco si evolve in brani più orientati sui riff nell’ottima sequenza di “Despair”, “Weep For Nothing” e “Aeon’s End”.
Nella parte centrale, i pezzi si fanno meno diretti e insieme più maligni, fino all’esaltante esplosione ritmica di “The Sentence Of Absolution”. Le due bonus track presenti nell’edizione limitata, come in passato, sono tutt’altro che riempitivi: la fumosa “Life Is A Corpse You Drag” riporta al centro elementi dissonanti e un afflato quasi operistico, mentre “Sancta Mendacia” è la credibile declinazione in chiave Mayhem di certe pulsioni black/death contemporanee e chiude il disco con un chiaro e toccante omaggio a Euronymous: “Your life reduced to obedience/And then/Converted into deathlike silence”.
Se il precedente “Daemon” aveva avuto il merito di riportare Mayhem sotto i riflettori con sonorità più dirette, per quanto raffinate, questo nuovo disco riesce a dimostrare che, riviste le asperità (a molti sgradite) di “Grand Declaration Of War” o certe ampollosità da iniziati di “Esoteric Warfare”, i cinque sono perfettamente in grado di scrivere dischi complessi, stratificati, eppure focalizzati e di grande impatto.
Che siate quindi dubbiosi sull’integrità di questa band, loro fan sfegatati o vi troviate in una (sana, suvvia) via di mezzo, dedicate un’ora del vostro tempo a questo memento mori in musica: ne uscirete segnati in maniera inattesa.
