MELLOWTOY – Pure Sins

Pubblicato il 04/05/2010 da
voto
7.5
  • Band: MELLOWTOY
  • Durata: 00:36:06
  • Disponibile dal: 03/04/2010
  • Etichetta: Bagana Records
  • Distributore: Edel

Da sempre invisi ad un certo tipo di critica, i milanesi Mellowtoy hanno comunque saputo negli anni conquistarsi il favore del pubblico, grazie ad un paio di album – l’omonimo debut del 2004 e “Nobody Gets Out Alive” del 2006 – un po’ derivativi ma comunque coraggiosi nell’affrontare un genere, il nu-metal o rap-core che dir si voglia, in calo di consensi in quelli anni; e, soprattutto, grazie ad un’intensissima attività live di spalla ai pesi massimi del genere (Papa Roach, Ill Niño, Disturbed, Stone Sour, Fear Factory, HIM, Alter Bridge…), culminata con l’esibizione al Gods Of Metal del 2006. Quello che mancava era però un disco di spessore che, al di là del crossover ridanciano ottimo per scaldare le sterminate platee cui erano abituati, riuscisse a proiettare il loro nome più in alto nel bill. Quello che mancava era un disco come “Pure Sins”, una prova di maturità che ci riconsegna una band rivoluzionata nella line-up – della partita sono rimasti solo il cantante Emi e il chitarrista Titta, mentre l’anima rapcore formata da DJ Bio e dal rapper Ale ha ceduto il passo ad una linfa più metallica con l’ingresso di Fred alla seconda chitarra e da Matt al secondo microfono – e, conseguentemente, nel sound. Ripulito il proprio DNA dai cromosomi dei vari Limp Bizkit e Hed (Pe), la proposta dei nostri si è spostata verso un metal/hardcore che potrebbe ricordare vagamente i 36 Crazyfists, anche se la varietà del songrwiting è tanta e tale da rendere limitati i paragoni del caso. Meglio allora partire dalla lista di ospiti – da sottolinare la presenza dietro le pelli di Daray Brzozowski, batterista dei Dimmu Borgir, senza nulla togliere a Fedi dei Cataract e Alessandro dei Movida – per introdurre una tracklist in grado di coniugare l’eterogeneità stilistica con un livello qualitativo sempre elevato. Tra la tempesta sonora della tellurica opener “The Antagonist” e la, forse eccessiva, quiete della conclusiva “Missing Smile”, il mix potenza/melodia assume infatti connotati di volta in volta diversi – “Bodywork” ricorda una versione super catchy degli Slipknot, “This Is Fire” è la traccia che più si avvicina ai già citati 36 pugni pazzi, “Killer” e “Highway To Fall” fanno germogliare al meglio le residue scorie nu – ma senza mai far registrare cadute di tono, a riprova di una maturità compositiva suggellata dalla riuscita cover di “Lullaby” dei The Cure. Inutile quindi girarci troppo intorno: il giocattolo è cresciuto ed è ora fatto di ben altra pasta, sarebbe un vero peccato impuro lasciarselo scappare.

TRACKLIST

  1. The Antagonist
  2. Bodywork
  3. Killer
  4. To The Heartless
  5. This Is Fire
  6. Lullaby (The Cure cover)
  7. Highway To Fall
  8. Time
  9. Under Destruction
  10. Missing Smile
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