7.5
- Band: MEMORIES OF A LOST SOUL
- Durata: 01:00:21
- Disponibile dal: 07/10/2022
- Etichetta:
- My Kingdom Music
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Se dovessimo trovare un momento particolarmente adatto ed evocativo per ascoltare taluno death-black d’antan, gotico e decadente, l’ideale sarebbe proprio il passaggio dall’estate più torrida e soleggiata ad un autunno solenne e assorto, che nelle foglie morte e nello spleen porta in sè gli spigoli, gelidi e acuminati, dell’inverno in arrivo. Gli italiani Memories Of A Lost Souls tornano, seguendo i venti di My Kingdom Music, con un nuovo-‘vecchio’ album: la loro ultima creatura, “Redefining Nothingness”, contiene infatti tutti gli stilemi di quella particolare mescolanza tra riff melodici eppure pesanti, sferzate nerissime di batteria, tastiere e sintetizzatori crepuscolari, voce aspra e abrasiva, che fece scuola più di venti anni fa.
Nell’ora in cui l’ultimo lavoro del combo calabrese allunga le proprie propaggini per avvilupparci, la nostalgia e lo sguardo rivolto verso il passato non diventano però sbarre di una gabbia dorata e statica: al contrario, dall’iniziale “They’re Coming From The Stars” fino alle ultime note di “In The Eyes of Nothingness” c’è un’energia plumbea, con venature quasi siderali (a livello di concept, come si può percepire fin dalla copertina, e di sonorità), che scorre ora in maniera più quieta, ora più tempestosa (“The Prometheus’ Key”, uno dei brani migliori del lotto), senza momenti di noia. Il lavoro di chitarra e voce di Buzz è sempre energico e volubile, alternando con sapienza momenti più riflessivi ad arrembaggi sonori, lanciati da una batteria perennemente sugli scudi, che ricordano tanto la scuola melo-death nordeuropea (“Eternal Darkness”) che i Rotting Christ della fase a cavallo tra “Thriarchy Of The Lost Lovers” e “A Dead Poem”; allo stesso modo le tastiere di Adler, particolarmente in primo piano su brani come la strumentale, sognante “In The Circle Of Time” o la successiva “The End Of Coming Light” dal delizioso giro di basso urticante, non scompaiono mai sullo sfondo; anzi, contribuiscono ad arricchire ciascuna canzone di ricami quasi barocchi, coniugando la grandeur nerissima dei Cradle Of Filth con quella più colossale di casa Septiflesh. Anche l’intreccio tra growl e voci pulite (sia maschili che femminili, ad esempio in “The Alien Artifact” o “The Unspoken Dracula”) contribuisce ad aumentare la sensazione di stare ascoltando un disco che – pur con una produzione moderna senza essere bombastica, ma anzi particolarmente attenta a non togliere corpo e volume alle architetture innalzate – sembra uscito a cavallo del cambio di millennio.
I Memories Of A Lost Soul cesellano l’autunno del 2022 con un discreto disco, capace di soggiornare per più di un passaggio nel lettore di chi ha trovato rifugio e messo radici nella grigia e tenebrosa regione dove si incontrano black, death e melodie.
